Era il 22 marzo 2017 quando Nobile 1942 presentò ad Exsence la fragranza 1001 ispirata alla scrittura. Un livre de chevet a cura di Patrizia Finucci Gallo completava e arricchiva ulteriormente il packaging dell'interessante fragranza. Cosa c'era nel libretto? Interviste a scrittrici e addetti ai lavori, tra cui anche la sottoscritta. Buone letture profumate
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domenica 21 marzo 2021
Il profumo della scrittura, 1001 di Nobile 1942
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domenica 7 marzo 2021
Mimosa al N.102
Non inonderò questo appuntamento di giallo mimosa bensì del rosa del N.102 di Bon Parfumeur, una fragranza che si identifica con un numero, come le altre creazioni di questa azienda francese.
102, che appartiene alla famiglia floreale, la mimosa ce l'ha nel cuore in una forma resa più fresca dal tè e più contemporanea dal cardamomo.
Si tratta di profumi nati per essere collezionati e usati anche in sovrapposizione, oltre che per le materie prime di grande qualità, sono divertenti come forma di esercizio per individuare le note olfattive e creare abbinamenti originali..
Le famiglie sono indicate dalla prima cifra (0 - le colonie, 1 - i floreali, 2- fruttati,...) e dal diverso colore della bandella e dell'etichetta, fanno pensare a una piccola enciclopedia, un olfattorio moderno e ben organizzato ma anche molto divertente.
Esistono anche i formati da 30ml per un primo approccio e quelli da 2ml contenuti in mignon veramente degni di essere collezionati.
Quindi l'omaggio alla Festa della Donna è qui contenuto in un flacone essenziale, trasparente e che dichiara le sue caratteristiche sull'etichetta. Il tutto sarebbe un regalo molto apprezzato dalle donne, profumo compreso.
102, che appartiene alla famiglia floreale, la mimosa ce l'ha nel cuore in una forma resa più fresca dal tè e più contemporanea dal cardamomo.
Si tratta di profumi nati per essere collezionati e usati anche in sovrapposizione, oltre che per le materie prime di grande qualità, sono divertenti come forma di esercizio per individuare le note olfattive e creare abbinamenti originali..
Le famiglie sono indicate dalla prima cifra (0 - le colonie, 1 - i floreali, 2- fruttati,...) e dal diverso colore della bandella e dell'etichetta, fanno pensare a una piccola enciclopedia, un olfattorio moderno e ben organizzato ma anche molto divertente.
Esistono anche i formati da 30ml per un primo approccio e quelli da 2ml contenuti in mignon veramente degni di essere collezionati.
Quindi l'omaggio alla Festa della Donna è qui contenuto in un flacone essenziale, trasparente e che dichiara le sue caratteristiche sull'etichetta. Il tutto sarebbe un regalo molto apprezzato dalle donne, profumo compreso.
venerdì 5 marzo 2021
Lolite - reloaded
Dopo quindici anni dalla prima edizione, torna Lolite: storie e visioni di piccole seduttrici in versione riveduta e ampliata con una sezione dedicata al fenomeno Lolita in Italia.
In questo nuovo capitolo si parla di Stefania Sandrelli, Catherine Spaak, Gigliola Cinquetti e del Sanremo del 1964.
Su Amazon: Lolite: storie e visioni di piccole seduttrici di Katia Ceccarelli
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venerdì 24 gennaio 2020
Mrs Robinson
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| Immagine dalla Rete |
Tutti
ricordiamo Anne Bancroft che interpreta la
spregiudicata Mrs. Robinson e con lei il titolo della canzone di
Simon & Garfunkel.
Il film era "Il laureato" [The graduate] e la signora Robinson seduceva un impacciato – solo in principio – Dustin Hoffman nei panni di Benjamin, figlio del socio di suo marito e coetano della figlia, Helen.
A quei tempi la scabrosa relazione tra un giovanotto e una donna che avrebbe potuto essere sua madre venne interpretata come uno degli aspetti della ribellione giovanile di quegli anni ma allo stesso tempo venne presa con una certa indulgenza soprattutto maschile, poiché in fondo ci si trovava di fronte all'iniziazione di un giovane alla vita, al compimento dei suoi 21 anni.
Quello che non è stato molto discusso è che la differenza di età tra i due attori protagonisti non era così rilevante come nella vicenda.
All'epoca Hoffman, classe 1937, era un trentenne che appariva più giovane della sua età (tanto che poté passare per un ventunenne) e la Bancroft, classe 1931, aveva solo trentasei anni. Una differenza di sei anni.
Nella realtà non esisteva un divario generazionale fra i due, nemmeno a volersi sforzare con la fantasia.
Inizialmente i protagonisti avrebbero dovuto essere i più biondi e famosi Robert Redford, coetaneo di Hoffman, e Doris Day, classe 1924.
Qui la differenza di età sarebbe stata più marcata ma nessuno dei due attori accettò il ruolo e quindi il regista Mike Nichols optò per l'esordiente Hoffman e l'inquietante fascino della Bancroft.
Ad ogni modo, né Anne Bancroft né Doris Day di allora, col criterio di oggi avrebbero potuto essere considerate delle "tardone".
Oggi infatti una trentaseienne sarebbe considerata una donna giovane, qualcuno la chiamerebbe "ragazza", a quel tempo, parliamo della fine degli anni '60, le donne normalmente diventavano madri intorno ai vent'anni e, a dirla in maniera impietosa, invecchiavano a quarant'anni.
Una quarantenne era una signora matura e, anche se appartenente all'upper-class, l'abbigliamento e le acconciature poco concedevano al giovanilismo dei giorni nostri. Una madre difficilmente avrebbe potuto scambiarsi i vestiti con la figlia teen-ager come accade oggi. Anne Bancroft era quindi elegante e sofisticata come oggi potrebbero esserlo le donne dai cinquanta in poi.
Il film era "Il laureato" [The graduate] e la signora Robinson seduceva un impacciato – solo in principio – Dustin Hoffman nei panni di Benjamin, figlio del socio di suo marito e coetano della figlia, Helen.
A quei tempi la scabrosa relazione tra un giovanotto e una donna che avrebbe potuto essere sua madre venne interpretata come uno degli aspetti della ribellione giovanile di quegli anni ma allo stesso tempo venne presa con una certa indulgenza soprattutto maschile, poiché in fondo ci si trovava di fronte all'iniziazione di un giovane alla vita, al compimento dei suoi 21 anni.
Quello che non è stato molto discusso è che la differenza di età tra i due attori protagonisti non era così rilevante come nella vicenda.
All'epoca Hoffman, classe 1937, era un trentenne che appariva più giovane della sua età (tanto che poté passare per un ventunenne) e la Bancroft, classe 1931, aveva solo trentasei anni. Una differenza di sei anni.
Nella realtà non esisteva un divario generazionale fra i due, nemmeno a volersi sforzare con la fantasia.
Inizialmente i protagonisti avrebbero dovuto essere i più biondi e famosi Robert Redford, coetaneo di Hoffman, e Doris Day, classe 1924.
Qui la differenza di età sarebbe stata più marcata ma nessuno dei due attori accettò il ruolo e quindi il regista Mike Nichols optò per l'esordiente Hoffman e l'inquietante fascino della Bancroft.
Ad ogni modo, né Anne Bancroft né Doris Day di allora, col criterio di oggi avrebbero potuto essere considerate delle "tardone".
Oggi infatti una trentaseienne sarebbe considerata una donna giovane, qualcuno la chiamerebbe "ragazza", a quel tempo, parliamo della fine degli anni '60, le donne normalmente diventavano madri intorno ai vent'anni e, a dirla in maniera impietosa, invecchiavano a quarant'anni.
Una quarantenne era una signora matura e, anche se appartenente all'upper-class, l'abbigliamento e le acconciature poco concedevano al giovanilismo dei giorni nostri. Una madre difficilmente avrebbe potuto scambiarsi i vestiti con la figlia teen-ager come accade oggi. Anne Bancroft era quindi elegante e sofisticata come oggi potrebbero esserlo le donne dai cinquanta in poi.
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| The graduate, 1967 - Immagine dalla Rete |
C'è un momento in cui Mrs. Robinson rivela la sua bellezza naturale è quando la vediamo con i capelli bagnati e il trucco sfatto dopo aver corso sotto la pioggia, Anne allora ci appare come una più che plausibile amante di un uomo appena trentenne.
giovedì 5 ottobre 2017
In principio era Chiara
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| Ghost in the shell - quello vero |
Prima
che i social facessero della condivisione in web un gesto semplice che si traduce in un click, c'erano programmi di sharing come
Napsters ed eMule, WinMX
; prima che i cellulari diventassero delle videocamere c'erano le
compatte, costosissime.
C'erano i P2P e i torrent per scaricare video e musica. C'erano i Twilight (non la saga dei vampiri). Non era ancora così diffuso Facebook, non era ancora diffuso Twitter.
Prima di ogni vittima di cyberbullismo di questi ultimi anni, c'era Chiara. Chiara da Perugia. Era il 2002 o il 2003 non ricordo bene.
Il video di Chiara (nome fittizio o forse no) minorenne che fa sesso con il suo fidanzato divenne un vero e proprio caso fra gli "addetti ai lavori", gli smanettoni che stavano connessi a quei programmi di file sharing 24 ore su 24.
Il video ebbe anche un titolo "Forza Chiara" da un'esortazione del ragazzo che era con lei. Lui pare avesse preso in prestito una videocamera e avesse convinto la ragazza a farsi filmare, lei non era affatto d'accordo, si vergognava e lui appunto le ripeteva "Forza, Chiara".
Il video amatoriale finì in Rete e una schiera di voyeur del sottobosco, fieri di essere stati in grado di trovarlo e scaricarlo come dei campioni di spionaggio internazionale, cominciarono a passarselo attraverso il P2P.
Ricordo che la ragazza fu riconosciuta soprattutto nella sua città, dove vivere per lei e per la sua famiglia divenne insopportabile. Non c'era ancora Facebook e la gente scriveva insulti non su una pagina o sotto un post ma direttamente, come da tradizione, nei cessi di scuole, bar, locali. Più semplicemente la insultava per strada.
Ricordo che ci fu una denuncia nei confronti del ragazzo che probabilmente era appena maggiorenne. Ricordo che si diceva che Chiara e la sua famiglia avevano dovuto cambiare città.
Mi auguro che oggi sia una donna, se non felice, almeno serena. Mi auguro che la sua famiglia sia una famiglia serena. Mi auguro soprattutto che ci sia.
Questo per dire che la "gente" è brutta anche senza i social e trova comunque il modo di sfogare la propria frustrazione e il proprio senso di fallimento e nullità.
Certo, i social rendono questo istinto becero ancora più facile da mettere in atto, ancora più veloce e ciò che è peggio è che, a volte, proprio la semplicità e l'immediatezza di un click fanno sì che anche chi non vorrebbe far del male lo fa perché il tempo di un "condividi" non è abbastanza per pensare.
La velocità di un click è facile come premere un grilletto soprattutto se la pistola ce l'hai già in mano.
C'erano i P2P e i torrent per scaricare video e musica. C'erano i Twilight (non la saga dei vampiri). Non era ancora così diffuso Facebook, non era ancora diffuso Twitter.
Prima di ogni vittima di cyberbullismo di questi ultimi anni, c'era Chiara. Chiara da Perugia. Era il 2002 o il 2003 non ricordo bene.
Il video di Chiara (nome fittizio o forse no) minorenne che fa sesso con il suo fidanzato divenne un vero e proprio caso fra gli "addetti ai lavori", gli smanettoni che stavano connessi a quei programmi di file sharing 24 ore su 24.
Il video ebbe anche un titolo "Forza Chiara" da un'esortazione del ragazzo che era con lei. Lui pare avesse preso in prestito una videocamera e avesse convinto la ragazza a farsi filmare, lei non era affatto d'accordo, si vergognava e lui appunto le ripeteva "Forza, Chiara".
Il video amatoriale finì in Rete e una schiera di voyeur del sottobosco, fieri di essere stati in grado di trovarlo e scaricarlo come dei campioni di spionaggio internazionale, cominciarono a passarselo attraverso il P2P.
Ricordo che la ragazza fu riconosciuta soprattutto nella sua città, dove vivere per lei e per la sua famiglia divenne insopportabile. Non c'era ancora Facebook e la gente scriveva insulti non su una pagina o sotto un post ma direttamente, come da tradizione, nei cessi di scuole, bar, locali. Più semplicemente la insultava per strada.
Ricordo che ci fu una denuncia nei confronti del ragazzo che probabilmente era appena maggiorenne. Ricordo che si diceva che Chiara e la sua famiglia avevano dovuto cambiare città.
Mi auguro che oggi sia una donna, se non felice, almeno serena. Mi auguro che la sua famiglia sia una famiglia serena. Mi auguro soprattutto che ci sia.
Questo per dire che la "gente" è brutta anche senza i social e trova comunque il modo di sfogare la propria frustrazione e il proprio senso di fallimento e nullità.
Certo, i social rendono questo istinto becero ancora più facile da mettere in atto, ancora più veloce e ciò che è peggio è che, a volte, proprio la semplicità e l'immediatezza di un click fanno sì che anche chi non vorrebbe far del male lo fa perché il tempo di un "condividi" non è abbastanza per pensare.
La velocità di un click è facile come premere un grilletto soprattutto se la pistola ce l'hai già in mano.
lunedì 18 settembre 2017
Due romanzi di due verità
Nell'ultima domenica di sole di questa estate si è chiusa l'edizione 2017 di Pordenonelegge, un appuntamento che diventa di anno in anno sempre più ricco di proposte interessanti.
Sono andata all'incontro con due autrici molto note, Loredana Lipperini e Caterina Soffici, entrambe con un lavoro recente:
"L'arrivo di Saturno" di Lipperini e "Nessuno può fermarmi" di Soffici.
I romanzi delle autorevoli scrittrici sono accomunati da molti elementi fra questi il primo è la dimensione storica, seppur attraversata dalla narrazione di una "fiction", l'altro è la ricerca approfondita e credo anche sofferta di fonti e testimonianze.
"L'arrivo di Saturno" ripercorre gli anni '70/'80, in questo caso chiamiamoli pure "gli anni di piombo", riportando alla luce la storia vera della giornalista Graziella De Palo scomparsa, ovvero uccisa, nel 1980 a Beirut mentre seguiva assieme al collega Italo Toni una pista legata al traffico d'armi in Italia e al terrorismo palestinese.
L'ennesimo caso/mistero italiano su cui è sceso un silenzio imbarazzante.
L'autrice si concede anche una digressione filosofica sul concetto di finzione opposto alla menzogna attraverso la vicenda, stavolta inventata (il che non significa bugia) del falsario Han van Meegeren incaricato di dipingere un Giudizio Universale in un santuario in provincia di Macerata.
http://www.giunti.it/libri/narrativa/l-arrivo-di-saturno/
Tra queste deportazioni di italiani, molti dei quali già integrati da almeno due generazioni in Inghilterra, si aggiunse una tragedia all'altra con l'affondamento della Arandora Star, una nave diretta in Canada e piena di "nemici del Regno Unito" che fu silurata, guarda caso, proprio dai tedeschi.
http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/nessuno-puo-fermarmi/#descrizione
Ho già preso i due romanzi, li leggerò di sicuro perché si tratta di verità alle quali sono interessata e perché le persone che cercano di raccontarle anche aiutandosi con la forma del romanzo e della "finzione" hanno tutta la mia stima. Devo confessare però che se non avessi sentito le autrici parlare del loro lavoro non so se avrei avuto la stessa voglia di leggere i loro libri. Il marketing, la promozione, per quanto io possa essere stata distratta, li avevano presentati quasi come i soliti romanzi di "sentimenti" che scrivono le donne. In particolare su quello di Lipperini hanno insistito sul "rapporto tra due amiche" (perché Lipperini ha conosciuto veramente De Palo) e io al "rapporto tra due amiche" ero già presa dalla noia. Mi dispiace e me ne scuso con l'autrice ma, cara Loredana Lipperini, lei meglio di me sa quanta carta negli ultimi tempi si è spesa su coppie di "amiche per sempre" cercando di agganciare il "fenomeno" Ferrante.
Sono inoltre convinta che se questi libri li avessero scritti degli uomini, sulle pagine di quotidiani e periodici vari le grandi firme si sarebbero sperticate in lodi per "il caso riportato alla luce" per il coraggioso lavoro di ricerca e indagine del tale giornalista o romanziere.
D'altronde, si sa, le donne amano e scrivere e leggere di sentimenti. Per fortuna ritengo che anche la Storia sia un sentimento.
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Soffici
giovedì 14 settembre 2017
Scampate per caso
È
capitato a tutte noi il momento dell'ottundimento, della stupidità
se volete.
Un momento che può durare un decennio, un anno, un mese, anche un giorno perché alle volte anche quel solo giorno può essere di troppo, può essere fatale.
Ogni volta che ci ritroviamo sgomente e incredule a leggere l'ennesimo fatto di cronaca nera che ha a che vedere con il femminicidio o lo stupro.
Ormai il lavoro per i "profiler" all'americana si fa sempre più complicato perché non ci sono parametri fissi di alcun tipo per disegnare la tipologia dell'assassino o potenziale tale. Uomini vecchi o giovani, disoccupati o professionisti affermati, nelle città o nelle campagne, dal passato difficile o dall'infanzia felicissima, amanti dello sport o pantofolai. Chiunque può diventare il nostro assassino. Se siamo ancora qui a leggere e io a scrivere vuol dire che noi non lo abbiamo incontrato, che forse non lo incontreremo mai o che lo abbiamo evitato per tempo.
Un momento che può durare un decennio, un anno, un mese, anche un giorno perché alle volte anche quel solo giorno può essere di troppo, può essere fatale.
Ogni volta che ci ritroviamo sgomente e incredule a leggere l'ennesimo fatto di cronaca nera che ha a che vedere con il femminicidio o lo stupro.
Ormai il lavoro per i "profiler" all'americana si fa sempre più complicato perché non ci sono parametri fissi di alcun tipo per disegnare la tipologia dell'assassino o potenziale tale. Uomini vecchi o giovani, disoccupati o professionisti affermati, nelle città o nelle campagne, dal passato difficile o dall'infanzia felicissima, amanti dello sport o pantofolai. Chiunque può diventare il nostro assassino. Se siamo ancora qui a leggere e io a scrivere vuol dire che noi non lo abbiamo incontrato, che forse non lo incontreremo mai o che lo abbiamo evitato per tempo.
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| Immagine da Pinterest - set di Clockwork orange |
È proprio qui che entra in
gioco quel sottile retropensiero che ognuna di noi, scampata per caso
o per fortuna, ha: come ha potuto (la vittima) non accorgersi che
quello era matto? Che quello era pericoloso? Come ha potuto non
rendersene conto?
Tutte noi, scampate per caso o per "abilità", abbiamo formulato almeno una volta queste domande a noi stesse dando, seppur per un'infinitesima parte, la "colpa" di non essere fuggita in tempo alla povera vittima. Insomma il “come mai non se n'è accorta” è sempre dietro l'angolo.
Con un minimo di frequentazione o informazione per esempio sui centri antiviolenza sulle donne sarebbe più facile capire questo "come mai".
I motivi sono tanti, di tipo culturale, psicologico, antropologico, sociale, tutte sfere in cui la donna si dibatte o viene dibattuta per trovare una collocazione onorevole.
Tra questi sappiamo e scopriamo che spesso il tuo carnefice è anche il padre dei tuoi figli e non riesci a concepire che l'uomo che ha messo metà dei suoi geni nei tuoi figli amatissimi possa essere un brutale torturatore, sarebbe come pensare di loro che per metà sono come lui.
Potrebbe invece essere che tu hai avuto un padre e dei nonni meravigliosi e per te gli uomini sono quella cosa là; persone meravigliose.
Potrebbe essere invece che ti hanno gonfiato di botte fin da piccola e per te è normale prendere botte da un uomo.
La cosa più complicata poi è quella della cultura, di quello che sottilmente ci hanno inculcato anche qui nell'evoluto Occidente, ovvero che gli uomini, sotto sotto, restano sempre un po' bambini capricciosi, che non sono capaci di affrontare il dolore e le difficoltà come noi donne (che culo vero!) e che quindi vanno sostenuti e compresi, incoraggiati e soprattutto accuditi.
Noi donne ci facciamo bastare poco per passare dall'indignazione per dei comportamenti maschili sbagliati alla materna comprensione; un regalino, una parola dolce, un'occhiata da cane bastonato e tutto è perdonato, dimenticato.
Siamo bravissime a dimenticare, a “passarci sopra” come ho sentito ripetere migliaia di volte a tutte le donne della mia famiglia.
Siamo le figlie di un'educazione cattolica e tutte abbiamo una madonnina in casa che ci ricorda che bisogna accogliere e amare, comunque.
Ricordo di aver conosciuto una ragazza molto bella e giovane che aveva perduto la testa per un tipo davvero poco raccomandabile. Tutti i suoi amici e parenti sapevano che quello era un pessimo soggetto e non facevano che ripeterle di lasciarlo stare. Una volta, sfacciatamente, le chiesi cosa ci trovasse in lui e lei mi disse: “alle volte lo guardo quando siamo in camera sua mentre osserva i suoi cocoriti. È così dolce quando fa così”.
Ecco, a lei bastava vederlo come un amante degli animali per esserne completamente soggiogata in barba al fatto che la tradisse, che la trattasse male, che le chiedesse continuamente soldi per comprarsi vestiti e scarpe firmati perché lui non lavorava. Però era uno che amava i suoi pappagallini e in quei momenti "era così dolce".
Possiamo dire di questa ragazza che fosse stupida? Vi garantisco che non lo era affatto eppure... per fortuna poi è riuscita ad allontanarsi da lui.
Tutte noi qui, voi che leggete io che scrivo, almeno una volta nella vita siamo scampate a qualcuno, ammettiamolo. Spesso non lo diciamo per vergogna, per timore, perché abbiamo rimosso ma almeno una volta, anche per una sola sera, il nostro potenziale carnefice lo abbiamo incontrato. È più frequente di quanto non si creda.
Il punto è proprio questo: una donna non dovrebbe vivere come se fosse perennemente sotto il tiro di un cecchino. Gli uomini dovrebbero essere nostri amici, compagni, alleati e non qualcuno da cui guardarsi e cui avvicinarsi con cautela e dopo lunghe analisi di informazioni. Non si può vivere così per troppo tempo nemmeno in guerra, figuriamoci in “tempo di pace”.
Tutte noi, scampate per caso o per "abilità", abbiamo formulato almeno una volta queste domande a noi stesse dando, seppur per un'infinitesima parte, la "colpa" di non essere fuggita in tempo alla povera vittima. Insomma il “come mai non se n'è accorta” è sempre dietro l'angolo.
Con un minimo di frequentazione o informazione per esempio sui centri antiviolenza sulle donne sarebbe più facile capire questo "come mai".
I motivi sono tanti, di tipo culturale, psicologico, antropologico, sociale, tutte sfere in cui la donna si dibatte o viene dibattuta per trovare una collocazione onorevole.
Tra questi sappiamo e scopriamo che spesso il tuo carnefice è anche il padre dei tuoi figli e non riesci a concepire che l'uomo che ha messo metà dei suoi geni nei tuoi figli amatissimi possa essere un brutale torturatore, sarebbe come pensare di loro che per metà sono come lui.
Potrebbe invece essere che tu hai avuto un padre e dei nonni meravigliosi e per te gli uomini sono quella cosa là; persone meravigliose.
Potrebbe essere invece che ti hanno gonfiato di botte fin da piccola e per te è normale prendere botte da un uomo.
La cosa più complicata poi è quella della cultura, di quello che sottilmente ci hanno inculcato anche qui nell'evoluto Occidente, ovvero che gli uomini, sotto sotto, restano sempre un po' bambini capricciosi, che non sono capaci di affrontare il dolore e le difficoltà come noi donne (che culo vero!) e che quindi vanno sostenuti e compresi, incoraggiati e soprattutto accuditi.
Noi donne ci facciamo bastare poco per passare dall'indignazione per dei comportamenti maschili sbagliati alla materna comprensione; un regalino, una parola dolce, un'occhiata da cane bastonato e tutto è perdonato, dimenticato.
Siamo bravissime a dimenticare, a “passarci sopra” come ho sentito ripetere migliaia di volte a tutte le donne della mia famiglia.
Siamo le figlie di un'educazione cattolica e tutte abbiamo una madonnina in casa che ci ricorda che bisogna accogliere e amare, comunque.
Ricordo di aver conosciuto una ragazza molto bella e giovane che aveva perduto la testa per un tipo davvero poco raccomandabile. Tutti i suoi amici e parenti sapevano che quello era un pessimo soggetto e non facevano che ripeterle di lasciarlo stare. Una volta, sfacciatamente, le chiesi cosa ci trovasse in lui e lei mi disse: “alle volte lo guardo quando siamo in camera sua mentre osserva i suoi cocoriti. È così dolce quando fa così”.
Ecco, a lei bastava vederlo come un amante degli animali per esserne completamente soggiogata in barba al fatto che la tradisse, che la trattasse male, che le chiedesse continuamente soldi per comprarsi vestiti e scarpe firmati perché lui non lavorava. Però era uno che amava i suoi pappagallini e in quei momenti "era così dolce".
Possiamo dire di questa ragazza che fosse stupida? Vi garantisco che non lo era affatto eppure... per fortuna poi è riuscita ad allontanarsi da lui.
Tutte noi qui, voi che leggete io che scrivo, almeno una volta nella vita siamo scampate a qualcuno, ammettiamolo. Spesso non lo diciamo per vergogna, per timore, perché abbiamo rimosso ma almeno una volta, anche per una sola sera, il nostro potenziale carnefice lo abbiamo incontrato. È più frequente di quanto non si creda.
Il punto è proprio questo: una donna non dovrebbe vivere come se fosse perennemente sotto il tiro di un cecchino. Gli uomini dovrebbero essere nostri amici, compagni, alleati e non qualcuno da cui guardarsi e cui avvicinarsi con cautela e dopo lunghe analisi di informazioni. Non si può vivere così per troppo tempo nemmeno in guerra, figuriamoci in “tempo di pace”.
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martedì 27 giugno 2017
Se scappi non ti sposo
Rieccoci qua a parlare di differenza d'età in una coppia, cosa che è considerata scandalosa se non “da irresponsabili” quando a essere più grande è la donna.
Si sono appena attutite le esclamazioni di stupore e incredulità sulla coppia neo presidenziale francese di Emmanuel Macron e Brigitte Trogneux che si ricomincia a colpevolizzare una donna per aver scelto un compagno più giovane.
La notizia è di questi giorni e il fatto avvenuto in provincia di Sassari: una sposa lasciata praticamente all'altare decide assieme ai suoi parenti di andare lo stesso al ristorante. Un gesto di grande coraggio e anche di grande dignità, una notizia per la quale “tutti starebbero con la sposa” al cento per cento se non fosse che Nadia (così si chiama) è una trentanovenne con un figlio di cinque anni e lui, il mancato sposo, un militare di carriera ventiquattrenne.
http://www.corriere.it/cronache/17_giugno_27/nadia-abbandonata-all-altare-607d772e-5ab1-11e7-b519-11e7c6330510.shtml
Ecco dunque arrivare i commenti della Rete impietosi sia da parte femminile sia da parte maschile:
“Definire una grande una donna che si mette con uno di 24 anni.... Mettendo di mezzo suo figlio????!!!! Se te le cerchi poi le trovi !!!! È il minimo che le potesse capitare!” (donna)
“Lei è stata calcolatrice ed arrivista. Fortuna che lui si è salvato in tempo" (uomo)
"Ma io dico conosciuti pochi mesi fa , poi lui e più giovane di lei cosa pretendeva !!??? Comunque lui poteva evitare l umiliazione questo si .... "(donna)
“Classica quarantenne disperata che si innamora del primo che passa .... poveraccia" (uomo)
Potrete approfondire da soli cercando la notizia sui social o seguendo il link del Corriere, il punto è un altro: una quarantenne che si mette con un uomo, e ribadisco uomo, di ventiquattro anni è una “poveraccia”, una che “se ne voleva approfittare” come se la giovinezza di un maschio fosse un'opportunità preziosa di cui tutte andremmo a caccia, un valore aggiunto in cui si sottintendono scopi sessuali.
Di qui la conclusione che una donna a 40 anni e madre non dovrebbe pensare al sesso, sebbene non credo sia stato quello l'unico motivo che abbia spinto i due fidanzati a prendere la decisione di sposarsi con tanto di prete e di corso prematrimoniale.
Nadia avrebbe dovuto immolarsi sull'altare della maternità e del “casto pudore” invece ha osato cercare di accalappiare un giovanotto aitante e nel pieno della sua forza e bellezza.
Non è forse questa una mentalità che poco si discosta da quelli che vorrebbero incapsulare la figura femminile in un oscuro e oscurante burqa?
Perché non ci si è scandalizzati allo stesso modo quando Flavio Briatore, nato nel 1950, ha sposato Elisabetta Gregoraci, nata nel 1980? O quando Michele Placido (1946) è convolato a nozze con Federica Vincenti (1983).
In quel caso i maschi hanno fatto la parte dei "gran fighi", di quelli che (latente nella mentalità italica) nonostante siano attempati hanno ancora un certo vigore da offrire alle loro spose nel pieno dell'età riproduttiva.
In questo paese sessuofobo e clericale c'è sempre una sottesa connotazione sessuale nel giudicare i rapporti di coppia, in più è radicata la percezione che a esserne gratificata e beneficiata sia sempre la donna.
Cari signori qui di “disperata” c'è solo la massa giudicante e livorosa che si esprime con il medesimo astio superficiale su una coppia che scoppia come sui vaccini, sulla politica interna come sulla geopolitica.
Per quanto mi riguarda: Viva Brigitte, Viva Nadia!
sabato 27 maggio 2017
"Katie" è diverso da "Katja" - Lady Macbeth del distretto di Mcensk
Anche
se mi piacciono le trasposizioni cinematografiche delle opere
letterarie spesso provo un senso di fastidio quando le storie vengono
collocate in altri tempi e luoghi rispetto al lavoro
originale.
Confesso di essere rimasta perplessa quando la Sardegna di Milena Agus in Mal di pietre è diventata Provenza nel film di Nicole Garcia così oggi scopro con sgomento che una delle mie novelle russe preferite è diventata un film di ambientazione anglosassone.
Si tratta di “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Nikolaj Leskov che sta per uscire come film diretto dall'inglese William Oldroyd. Così l'eroina che tanto mi aveva incuriosita e coinvolta invece di chiamarsi Ekaterina (ovvero Katja) si chiamerà Katherine.
Probabilmente sarà un bel film, deve uscire in Italia a metà giugno e purtroppo il periodo non è dei più favorevoli, tuttavia anche stavolta sono molto perplessa e vi spiego il perché.
Confesso di essere rimasta perplessa quando la Sardegna di Milena Agus in Mal di pietre è diventata Provenza nel film di Nicole Garcia così oggi scopro con sgomento che una delle mie novelle russe preferite è diventata un film di ambientazione anglosassone.
Si tratta di “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Nikolaj Leskov che sta per uscire come film diretto dall'inglese William Oldroyd. Così l'eroina che tanto mi aveva incuriosita e coinvolta invece di chiamarsi Ekaterina (ovvero Katja) si chiamerà Katherine.
Probabilmente sarà un bel film, deve uscire in Italia a metà giugno e purtroppo il periodo non è dei più favorevoli, tuttavia anche stavolta sono molto perplessa e vi spiego il perché.
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| Immagine dal film sovietico del 1989 |
Quando incontrai la letteratura di Leskov fu una vera rivelazione, finalmente un russo dell'Ottocento che non voleva piacere a tutti i costi ai lettori francesi, inglesi, tedeschi.
Leskov era un autore russo che trattava il suo paese in maniera completamente diversa dai suoi più famosi colleghi come Lev Tolstoj o Turgenev.
Non indugiava in malinconiche descrizioni, già allora da cartolina, degli inverni, delle betulle e delle trojke anzi, spesso le dava per scontate come se tutti noi lettori sapessimo esattamente in quali luoghi si svolgessero gli eventi.
Piuttosto evocava un senso di ineluttabilità, disperazione e devozione che solo chi ha assistito a cerimonie religiose del Credo ortodosso può capire.
Era un autore “pesante” nel concetto di “peso specifico” in cui ogni pagina anche se scorrevole era densa di significati e simboli.
Dunque chi è la Katja che viene accostata dal suo autore alla shakespeariana Lady MacBeth?
Una ragazza bella ma non bellissima piena di vita e di salute che viene data in sposa dal padre a un uomo vecchio, contadino benestante, un uomo arido, taciturno e pragmatico che prende moglie per avere una governante.
Katja si ritrova reclusa in una casa spoglia, essenziale e sappiamo quanto per le donne russe l'essenzialità sia sinonimo di miseria, anche spirituale. Comandata a bacchetta dal marito e dal suocero, ancora più arido e miserabile del figlio Katja sembra destinata a una vita mortalmente noiosa finché non incontra il giovane Sergej con il quale conoscerà l'amore e il sesso. La decisione dei due di far fuori il marito di lei è ineluttabile come lo saranno altre ancora in una escalation di cinica lotta per la sopravvivenza.
A me questa storia ha sempre fatto pensare al film “Il postino suona sempre due volte” tratto da un romanzo del 1934 dello statunitense James M. Cain. Chissà se conosceva Leskov?
Resta il fatto che a differenza di altre eroine da romanzo che soccombono al senso di colpa o alla vergogna del giudizio morale, Katja è come una tigre siberiana in gabbia, una fiera creatura che combatte con tutte le sue forze e la sua astuzia per salvarsi la pelle e l'anima. Una criminale secondo la morale ma lei direbbe che è stata legittima difesa. Una determinazione femminile che è delle donne russe quando decidono di dover sopravvivere o vivere bene ad ogni costo. Nervi e sangue selvaggi come non troviamo in Anna Karenina o in Emma Bovary.
Leskov aveva esperienza di donne che, nel loro essere spietate, erano già oltre la necessità di dipendere dall'amore e dall'approvazione maschile.
In questo senso il nome Katie non tradurrà mai pienamente quello di Katja.
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martedì 22 novembre 2016
La carne delle donne
Pensando alle manifestazioni in Turchia delle donne che sono giustamente contro la legge che farebbe evitare il carcere a chi abusa di una minorenne, se disposto a sposarla, mi torna in mente la cara vecchia Italia degli anni '60.
Uomini maturi con mogli bambine sono una questione trasversale che non riguarda solo i ceti più poveri e disagiati, anzi, spesso le ragazze sono state date in moglie per siglare accordi commerciali, patrimoniali e dinastici anche in tempi recenti.
La questione è sempre quella: il dominio maschile poggia i suoi piedi ad artiglio sulla carne delle donne.
Uomini maturi con mogli bambine sono una questione trasversale che non riguarda solo i ceti più poveri e disagiati, anzi, spesso le ragazze sono state date in moglie per siglare accordi commerciali, patrimoniali e dinastici anche in tempi recenti.
La questione è sempre quella: il dominio maschile poggia i suoi piedi ad artiglio sulla carne delle donne.
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| Una pagina della Domenica del Corriere del 1962 |
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lunedì 3 ottobre 2016
Ferrante, chi era costei?
Per
più di duemila anni si è vissuto studiando e declamando l'Iliade e
l'Odissea senza che conoscessimo la vera identità di Omero (era uno,
erano tanti, boh?). In quanto alla saga di re Artù il fatto che non
si sappia chi l'abbia tramandata non ha impedito di crearne il mito,
i film e il merchandising.
Shakespeare poi era davvero l'autore di tutte quelle belle storie o aveva un ghost-writer? E Marlowe era veramente un agente segreto undercover?
Veramente il romanzo "Resurrezione" di Tolstoj narra una vicenda autobiografica relativa agli anni giovanili del grande romanziere? Davvero aveva sedotto e abbandonato una poveretta prima di partire militare?
Il canto della schiera di Igor' è attribuito a un tale Bojan, detto anche l'Omero russo e come questo altrettanto misterioso, ciò non ha impedito al mio caro professore Edgardo T. Saronne di farne una traduzione memorabile.
Tutta questa premessa per dirvi che a me, in quanto lettrice, di conoscere la vera identità di Elena Ferrante non interessa proprio. Semmai è un problema suo.
Sì, perché se per pudore o per opportunità la persona che ha scritto ha preferito celarsi dietro a uno pseudonimo la questione riguarda solo lei.
Ci sono tanti motivi per farlo: nei romanzi si parla di fatti molto personali che coinvolgono gente ancora viva, si vanno a toccare corde profonde che ci fanno star male, non si vuole far sapere al proprio vicino di casa o ai parenti di aver aumentato considerevolmente le proprie entrate...
D'altro canto ci sarebbero anche molte ragioni per strombazzare a destra e a manca di essere "proprio io quella lì".
Il caso vuole che io (me medesima) abbia pubblicato un romanzo con la stessa casa editrice, la gloriosa E/O che stimo e apprezzo da più di un ventennio per aver tradotto autori dell'est Europa di cui, una volta letti i nomi, ve ne sareste già dimenticati.
Personalmente quando faccio qualcosa voglio che mi venga riconosciuta e voglio essere riconosciuta. Non vedo l'ora, semmai accadrà, di essere blandita e corteggiata dagli "addetti ai lavori", lo farei per il mio ego e perché lo troverei un giusto risarcimento per i torti ricevuti (torti che forse ognuno di noi può annotare nel suo diario) per tutte quelle volte che qualcuno si è appropriato di una mia idea e della mia fatica, per tutti quelli ai quali ho dovuto immeritatamente cedere il posto.
Non siamo tutti uguali però e c'è chi non ha bisogno del successo per ottenere una rivincita sulla vita. A qualcuno come alla Ferrante basta continuare come sempre avendo dei soldi in più, molti, sul suo conto in banca per fare ciò che più le piace e che forse non è nemmeno scrivere.
Si dice che all'inizio avesse fatto la scelta di mandare i suoi romanzi nel mondo senza che venissero offuscati dal peso dell'autore. Sono perplessa, a quel tempo non era certo Roland Barthes e nemmeno la Rowling.
Tuttavia questa volontà legittima e onesta le si è rivoltata contro e oggi è proprio il mistero sulla sua identità a "impallare" i romanzi della Ferrante.
Prima viene la caccia all'uomo e solo in seconda battuta le opere.
Mi chiedo se non fosse stato meglio per lei adattarsi alla fatica di presenziare a qualche cocktail e stringere mani, far parte di una prestigiosa giuria e sorbirsi file di aspiranti scrittori in cerca di consigli e raccomandazioni per poi diventare una donna scrittrice qualunque.
Invece no, ha preferito diventare "l'enigma Ferrante" e tutto sommato mi sa che ci ha azzeccato.
Shakespeare poi era davvero l'autore di tutte quelle belle storie o aveva un ghost-writer? E Marlowe era veramente un agente segreto undercover?
Veramente il romanzo "Resurrezione" di Tolstoj narra una vicenda autobiografica relativa agli anni giovanili del grande romanziere? Davvero aveva sedotto e abbandonato una poveretta prima di partire militare?
Il canto della schiera di Igor' è attribuito a un tale Bojan, detto anche l'Omero russo e come questo altrettanto misterioso, ciò non ha impedito al mio caro professore Edgardo T. Saronne di farne una traduzione memorabile.
Tutta questa premessa per dirvi che a me, in quanto lettrice, di conoscere la vera identità di Elena Ferrante non interessa proprio. Semmai è un problema suo.
Sì, perché se per pudore o per opportunità la persona che ha scritto ha preferito celarsi dietro a uno pseudonimo la questione riguarda solo lei.
Ci sono tanti motivi per farlo: nei romanzi si parla di fatti molto personali che coinvolgono gente ancora viva, si vanno a toccare corde profonde che ci fanno star male, non si vuole far sapere al proprio vicino di casa o ai parenti di aver aumentato considerevolmente le proprie entrate...
D'altro canto ci sarebbero anche molte ragioni per strombazzare a destra e a manca di essere "proprio io quella lì".
Il caso vuole che io (me medesima) abbia pubblicato un romanzo con la stessa casa editrice, la gloriosa E/O che stimo e apprezzo da più di un ventennio per aver tradotto autori dell'est Europa di cui, una volta letti i nomi, ve ne sareste già dimenticati.
Personalmente quando faccio qualcosa voglio che mi venga riconosciuta e voglio essere riconosciuta. Non vedo l'ora, semmai accadrà, di essere blandita e corteggiata dagli "addetti ai lavori", lo farei per il mio ego e perché lo troverei un giusto risarcimento per i torti ricevuti (torti che forse ognuno di noi può annotare nel suo diario) per tutte quelle volte che qualcuno si è appropriato di una mia idea e della mia fatica, per tutti quelli ai quali ho dovuto immeritatamente cedere il posto.
Non siamo tutti uguali però e c'è chi non ha bisogno del successo per ottenere una rivincita sulla vita. A qualcuno come alla Ferrante basta continuare come sempre avendo dei soldi in più, molti, sul suo conto in banca per fare ciò che più le piace e che forse non è nemmeno scrivere.
Si dice che all'inizio avesse fatto la scelta di mandare i suoi romanzi nel mondo senza che venissero offuscati dal peso dell'autore. Sono perplessa, a quel tempo non era certo Roland Barthes e nemmeno la Rowling.
Tuttavia questa volontà legittima e onesta le si è rivoltata contro e oggi è proprio il mistero sulla sua identità a "impallare" i romanzi della Ferrante.
Prima viene la caccia all'uomo e solo in seconda battuta le opere.
Mi chiedo se non fosse stato meglio per lei adattarsi alla fatica di presenziare a qualche cocktail e stringere mani, far parte di una prestigiosa giuria e sorbirsi file di aspiranti scrittori in cerca di consigli e raccomandazioni per poi diventare una donna scrittrice qualunque.
Invece no, ha preferito diventare "l'enigma Ferrante" e tutto sommato mi sa che ci ha azzeccato.
venerdì 2 settembre 2016
I figli della brava gente - #fertilityday
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| Immagine tratta da "La domenica della buona gente" |
"Eh sì, una volta si facevano più figli, eppure eravamo più poveri". Così riflette il ministro di turno prima di trovare una soluzione a questo calo demografico che porterà al fallimento totale dell'INPS.
Si facevano più figli, è vero. Adesso vi racconto come mai, sono abbastanza vecchia da ricordarlo e abbastanza giovane per fare parte di una generazione di donne che, a differenza di quelle che l'hanno preceduta, ha potuto scegliere se figliare o meno.
Al quartiere, a Montesacro, al palazzo di fianco al mio c'era un ragazzino che si chiamava Tonino (diciamo).
Tonino stava sempre per strada, "come tutti i ragazzini del rione" direte, ma lui ci doveva stare per forza perché la madre lavorava tutto il giorno e quando la mattina usciva lo buttava fuori di casa e buonanotte.
A pranzo la portiera del palazzo gli dava una rosetta con la mortadella e lui stava a posto fino a sera. Era secco come una scopa, Tonino.
Quando le signore parlavano di sua madre dicevano "poveretta, quella è una ragazza madre".
Io, all'epoca non capivo proprio cosa significasse.
La poveretta per campare lavava le scale, faceva i piatti a casa dei signori e altri lavoretti così. Tonino lo guardavano il barista, il lattaio, il gommista, le portiere, la strada insomma.
Oggi un ragazzino abbandonato in strada tutto il giorno sarebbe considerato reato, gli assistenti sociali si presenterebbero a casa della "poveretta" e glielo toglierebbero per metterlo in una casa famiglia.
D'altronde, a quel tempo, se rimanevi incinta e non avevi fratelli o padri che riempivano di botte il maschio "inseminatore" per convincerlo a sposarti, finivi per essere una poveretta e tuo figlio in mezzo alla strada dalla mattina alla sera.
Quelle che invece il marito ce l'avevano non è che stessero molto meglio, in casa tutto il giorno a badare ai "regazzini", uscivano solo per fare la spesa e un caffè al bar se lo potevano pigliare solo la domenica col marito e la famiglia, se andava bene.
I ragazzini poi negli appartamenti in affitto non stavano tanto comodi e quindi la giornata per strada ce la passavano pure loro, l'unica differenza era che a mezzogiorno invece del pane e mortadella come Tonino si potevano mangiare i maccheroni al pomodoro o al burro e parmigiano (questo era il pasto di una famiglia media italiana a pranzo e cena. Si variava con la frittata e cicoria).
Di notte dormivano a due a due nello stesso letto uno da capo e uno da piedi, a quelli più grandi sistemavano il divano letto o mettevano una brandina nel corridoio.
Sto parlando degli anni '70, non del 1915 e questa era la vita normale della brava gente che, comunque, un lavoro ce l'aveva. Famiglie rigorosamente monoreddito.
Oggi forse i ragazzini che vedete in mezzo alla strada non si chiamano più Tonino, Mario o Cesare, forse si chiamano Hassan, Dimitrij, Tibor.
Sì perché gli italiani i figli non li vogliono tenere per strada, li vogliono mandare a nuoto, a tennis, a pianoforte. È così, quando la società si evolve si vuole qualcosa di più per i propri figli e se non si può, piuttosto che tenerli per strada è meglio non fare altri "Tonino".
lunedì 22 agosto 2016
La rivolta dei grembiuli neri
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| Io a dodici anni, 1982 |
Avevo già frequentato un anno di scuole medie a Roma in un istituto privato, dalle suore per essere chiari. Lì si usava la divisa: camicia bianca, gonna blu, cardigan blu in inverno, scarpe blu. All'inizio ero stata un po' perplessa ma poi il gusto della divisa che crea anche un senso di appartenenza mi fece accettare quell'abbigliamento che, tutto sommato, era anche elegante.
Arrivata al paese, dopo un'estate piena di entusiasmo ma anche di malinconia per aver lasciato la mia città, mi apprestavo a frequentare il secondo anno di scuola media. A mia madre dissero che lì si usava il grembiule nero per le medie invece di quello azzurro delle elementari. Alle divise ci ero abituata e “vabbè” dissi “mettiamoci 'sto grembiule”.
Il primo giorno di scuola notai subito che non tutti indossavano il grembiule, o meglio, i maschi non indossavano il grembiule. Tutte le femmine avevano il grembiule nero e qualche “ribelle” si limitava a portarlo un po' sbottonato.
Entrata in classe, dopo una crisi di pianto che non avevo avuto nemmeno all'asilo, quando arrivò la professoressa di italiano alzai la mano e feci la mia prima domanda: “Perché noi femmine dobbiamo portare il grembiule e i maschi no?” Ci fu un silenzio pieno di imbarazzo da parte di tutti, allievi e insegnante. La professoressa non sapeva cosa rispondere e disse solo: “Qui è così”.
Non mi accontentai e iniziai un'educata ma argomentata polemica che mi costò un colloquio dal preside accompagnata da mia madre la quale non era a conoscenza di questa “discriminazione”.
La prima cosa che il preside mi disse fu: “Il grembiule è comodo. Così non vi sporcate i vestiti”.
Risposi: “Bene, dunque anche per i maschi sarebbe comodo considerato che stanno anche meno attenti di noi a non sporcarsi”.
Il preside capitolò: “Il fatto è che le femmine sono più fanatiche e possono esserci invidie per come ci si veste. Chi ha più soldi si veste meglio e chi meno non si può permettere le stesse cose”.
Io: “Questo vale anche per i maschi, quindi o tutti si mettono il grembiule o io non me lo metto più”.
Il preside: “E chi li convince i maschi a mettersi il grembiule?”
Io: “Se il problema è questo sappia che non convincerà neanche me”.
Il giorno seguente andai a scuola “in borghese” e in pochi giorni anche tutte le altre ragazze iniziarono a presentarsi senza grembiule. Rimasero solo due “convinte” a indossarlo regolamentare e tutto abbottonato fino alla fine della terza media. Fu una loro scelta, o dei loro genitori, comunque nessuno si sognò, io per prima, di prenderle in giro per questo.
Avevo dodici anni e il coraggio pacato di chi credeva nel “o tutti o nessuno”.
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venerdì 11 marzo 2016
Intervista su "La bionda del Kontiki"
Ecco qua, se avete mezz'ora di tempo potete ascoltare la mia intervista su #RadioCapodistria con Andrea Flego. Qui c'è tutta la puntata e io sono al minuto 31. Giacché ci siete ascoltatevi anche i due brani, quello iniziale e quello finale che ci stanno proprio bene.
Il vaso di Pandora
Il vaso di Pandora
Fendirumi, la vita per un charm
Che la moda non si ponga questioni etiche e morali lo sappiamo.
Il tema della pelliccia è sempre attuale e molto spinoso. Personalmente sono sempre stata contraria al suo uso quando oggi esistono tanti altri tessuti e fibre che possono garantirci lo stesso calore e anche maggior fantasia.
Vedere questo però mi ha non solo indignata ma persino nauseata.
Si tratta di gadget ideati per Fendi e realizzati anche in forma di enormi pupazzi per promuovere le nuove linee. Apprezzatissimi dagli addetti ai lavori, io li trovo offensivi soprattutto nei riguardi di quella bellezza che la moda afferma di adorare ed esaltare.
Come sia possibile uccidere animali bellissimi come visoni e soprattutto volpi per realizzare questi mostriciattoli qualcuno me lo deve spiegare.
Come può essere dimostrazione di creatività disprezzare la vera bellezza per un inutile charm?
venerdì 26 febbraio 2016
La bionda del Kontiki
Da ieri nelle librerie e in formato e-book il mio primo romanzo "La bionda del Kontiki" pubblicato da E/O. Una storia di rinascita, amori e ballo per scatenati over 60.
mercoledì 19 novembre 2014
Buonasera signorina
Era
una canzone di Fred Buscaglione ma in questo caso bisognerebbe
ricordare Domenico Modugno e parlare di signore anziché di
signorine.
Modugno era pugliese e tutti lo scambiavano per siciliano, anzi lo star system italiano ha spesso giocato su questo qui pro quo. Modugno, pur essendo nato a Polignano a Mare, si trasferì ancora bambino con la famiglia a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi dove però si parla un dialetto dell'area salentina che ha molti punti di contatto con il siciliano.
Nello stesso errore sono caduta anch'io quando ho visto nella vetrina di un negozio del mio paese - non natio ma quasi - l'espositore de "Le Carose" con tutte queste bamboline dentro.
"Le bambine" ho pensato e la mente è andata verso i romanzi di Camilleri.
Invece sbagliavo, nel dialetto di Nardò (Lecce) sede di "Toco d'Encanto" che produce questi gioielli, le "carose" sono le signore e per di più nello stile di un tempo: gonna, tacchi, borsetta e collana.
Ogni "carosa" è diversa dall'altra e io ne ho subito scelta una dai toni azzurro e turchese perché è il colore che ci aiuterà a dissipare il grigiore della stagione fredda. Sono in arrivo anche modelli in argento e comunque tutti i gioielli sono realizzati in metalli nickel free. Ed eccola qua la mia carosa. Buonasera signora!
Modugno era pugliese e tutti lo scambiavano per siciliano, anzi lo star system italiano ha spesso giocato su questo qui pro quo. Modugno, pur essendo nato a Polignano a Mare, si trasferì ancora bambino con la famiglia a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi dove però si parla un dialetto dell'area salentina che ha molti punti di contatto con il siciliano.
Nello stesso errore sono caduta anch'io quando ho visto nella vetrina di un negozio del mio paese - non natio ma quasi - l'espositore de "Le Carose" con tutte queste bamboline dentro.
"Le bambine" ho pensato e la mente è andata verso i romanzi di Camilleri.
Invece sbagliavo, nel dialetto di Nardò (Lecce) sede di "Toco d'Encanto" che produce questi gioielli, le "carose" sono le signore e per di più nello stile di un tempo: gonna, tacchi, borsetta e collana.
Ogni "carosa" è diversa dall'altra e io ne ho subito scelta una dai toni azzurro e turchese perché è il colore che ci aiuterà a dissipare il grigiore della stagione fredda. Sono in arrivo anche modelli in argento e comunque tutti i gioielli sono realizzati in metalli nickel free. Ed eccola qua la mia carosa. Buonasera signora!
mercoledì 31 luglio 2013
Call the Midwife
Lo sapete tutti, lo so anch'io che i blog non sono più di moda. Oggi la comunicazione corre sul filo della luce sul quale stanno appollaiati deliziosi uccellini azzurri. Io stessa non disdegno cinguettare, per quanto come delicato usignolo sarei davvero poco credibile.
Tuttavia, in qualità di aspirante vecchia signora, faccio fatica a sbarazzarmi completamente di qualche pezzo di nostalgia.
Mi piace certe volte essere "leggermente old fashion", non c'è nulla di male; la regina Elisabetta II ha trascorso tutta la vita tenendosi ben più di due passi indietro rispetto alla moda corrente; risultato: uno stile unico e inconfondibile, personale. Visto che è arrivata a essere bisnonna, direi che essere démodé porta bene.
In questo mio divagare nell'Inghilterra del tempo che fu, ho trovato una bella serie britannica: Call the Midwife. Si tratta di un prodotto della BBC lanciato nel 2012 e ambientato in un quartiere povero dell'East End, Poplar, alla fine degli anni '50.
Si seguono le vicende di un gruppo di ostetriche stipendiate dal National Health Service che proprio in quegli anni sferrava un attacco alla fame, alla miseria e soprattutto alla mortalità infantile e femminile.
Molto istruttivo e commovente come è giusto che sia. Di grande gusto e cura editoriale; bello da ascoltare in lingua originale per assaporare le differenze linguistiche che connotano gli strati sociali e le singole provenienze dei personaggi. Dedicatevi una rosa e, anche se non siete delle partorienti, chiamate la levatrice!
Tuttavia, in qualità di aspirante vecchia signora, faccio fatica a sbarazzarmi completamente di qualche pezzo di nostalgia.
Mi piace certe volte essere "leggermente old fashion", non c'è nulla di male; la regina Elisabetta II ha trascorso tutta la vita tenendosi ben più di due passi indietro rispetto alla moda corrente; risultato: uno stile unico e inconfondibile, personale. Visto che è arrivata a essere bisnonna, direi che essere démodé porta bene.
In questo mio divagare nell'Inghilterra del tempo che fu, ho trovato una bella serie britannica: Call the Midwife. Si tratta di un prodotto della BBC lanciato nel 2012 e ambientato in un quartiere povero dell'East End, Poplar, alla fine degli anni '50.
Si seguono le vicende di un gruppo di ostetriche stipendiate dal National Health Service che proprio in quegli anni sferrava un attacco alla fame, alla miseria e soprattutto alla mortalità infantile e femminile.
Molto istruttivo e commovente come è giusto che sia. Di grande gusto e cura editoriale; bello da ascoltare in lingua originale per assaporare le differenze linguistiche che connotano gli strati sociali e le singole provenienze dei personaggi. Dedicatevi una rosa e, anche se non siete delle partorienti, chiamate la levatrice!
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