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venerdì 20 dicembre 2019

Liberty



Ogni volta che arriva un nuovo romanzo di Marco Lux per me è una festa.
Una parentesi di soave gusto e divertimento che riesce a mettermi in pace col mondo, almeno con quello che io ritengo sia il mio mondo fatto di buona musica, arte, generosità e soprattutto libertà.
Come sempre leggendo una sua opera si impara qualcosa e questa è una caratteristica che lo accomuna ad altri autori da me amatissimi che si producono nella letteratura considerata "di genere" e che io ritengo dei veri maestri di vita e cultura.
I contesti nei quali si snodano le vicende ideate da Marco Lucetti (in arte Lux) sono studiati con cura in ogni dettaglio: dall'aspetto storico a quello della quotidianità e sono ormai un suo tratto distintivo.
Il titolo "Liberty" è un omaggio allo stile decorativo e architettonico che caratterizzò la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, un'esplosione di bellezza attraverso colori gioiosi e forme sinuose, un ultimo respiro di joie de vivre prima che l'Europa fosse devastata dalla Grande Guerra e dall'avvento dei regimi totalitari.
Villa Iris, dove si svolge gran parte del romanzo, si trova a Laveno sul Lago Maggiore ed è un esempio trionfale di questo stile, una summa di tutto ciò che di importante venne prodotto in quegli anni, dall'edificio fino alla tazzina da caffè. Ambìto oggetto di studi da parte di accademici.
Le porte della villa tuttavia si aprono solo per il professor Giorgio Colombo e il suo assistente il dottor Milo Molinari grazie a un sentimento di stima reciproca che lega il professore alle proprietarie, le sorelle Beatrice e Belinda Castiglioni, nipoti del conte Olmo Castiglioni che, agli inizi del XX secolo, aveva commissionato la realizzazione della dimora all'architetto napoletano Alessandro Pirozzi.
Per i due studiosi si tratta di un vero scrigno di tesori, un paese dei balocchi magico e suggestivo, il coronamento di anni di ricerche.
Vengono accolti dalle Castiglioni come non usava più da tempo, con una affabile formalità segno del loro rango e della loro scelta di vita.
Le BiBi, come vengono chiamate confidenzialmente, non amano il mondo esterno, non hanno la televisione e passano le serate facendosi deliziare dal pianoforte suonato magistralmente dal loro bellissimo nipote Pierpaolo, rimasto orfano in tenera età e figlio del loro fratello minore Rodolfo scomparso appena ventottenne.
Pier, schivo e silenzioso, sembra uscito da un'illustrazione di Dante Gabriel Rossetti o di Aubrey Beardsley. Per Milo, gay e amante del calcio, è un vero colpo di fulmine, un altro dei motivi che renderanno la sua permanenza a Villa Iris ancora più piacevole.
Siamo alla fine degli anni '80, il parallelismo con quella che, da chi l'ha vissuta, è considerata una successiva
Belle epoque non è un caso. I protagonisti vivono a Milano,  città in fermento artistico, frequentata da Keith Haring e sognata da Versace (Gianni ovviamente). Di lì a poco, con gli anni '90, tutto cambierà: la crisi del governo Craxi, Tangentopoli, Mani pulite, e il Grunge che spodesterà con i suoi stracci il New Romantic.
Dietro alle accurate acconciature e agli abiti Schiaparelli delle attempate gemelle si celano dei misteri che emergeranno anche grazie alle ricerche di Giorgio e Milo e che costituiranno il filo “detective” che ci tiene incollati alle pagine del romanzo.
Le citazioni storiche sono molte e ben approfondite e i rimandi al cinema e alla letteratura numerosi, strappano un sorriso quando li ritroviamo: da “Le sorelle Materassi” a “Che fine ha fatto Baby Jane?”, da “Misery non deve morire” a “Profondo rosso”. Una cultura pop di livello che non può che impreziosire il racconto di cui non svelo altro per non rovinarne il pathos.
La musica ha un ruolo importantissimo in questo testo; tanti i brani e gli autori citati, motivo per cui il libro è ulteriormente impreziosito da una selezione musicale operata dall'artista Otto Kinder che ha mixato sapientemente brani di grande atmosfera con interventi di musica elettronica come a cucire due lembi di epoche distanti ma non molto differenti.
Un applauso e, da parte mia, una riverenza a Marco Lux per averci regalato ancora tanta bellezza.


venerdì 5 luglio 2019

Almeno la cravatta - gli outfit del Premio Strega 2019


Spesso mi diverto a fare la parte di quella cui si indica la luna e guarda il dito.
Del dito in questione però osservo tutti gli aspetti: se è dritto, storto o se l'unghia è rosicchiata.

Ieri sera ho seguito la finale del Premio Strega che, come al solito, aveva il suo vincitore annunciato e allora mi sono concentrata sugli outfit dei finalisti.
Inutile dire che le signore sono più attente, curate ed esprimono maggiormente la loro personalità attraverso la scelta dell'abito.
Cibrario, Durastanti e Terranova hanno tutte optato per delle luminose nuances di blu.
Cibrario si presenta con un tubino bluette e orecchini gialli, le linee dell'abito sono enfatizzate da una lavorazione a taglio vivo che però è da un pezzo che è fuori moda.
Sarebbe stata una scelta adatta a un cocktail pomeridiano ma non a una serata nella quale c'è la possibilità che tu vinca il prestigioso premio.


Cibrario
Durastanti e Terranova in lungo. In particolare Durastanti opta per un tessuto glitter multicolor adatto alla sua fisicità e all'età. Bene il makeup per tutte e la scelta di un rossetto carico. Non mi piacciono le acconciature, i capelli curati e lucidi sì ma questo lungo sciolto, finto spettinato ha fatto il suo tempo. Qualcuna avrebbe potuto "osare" un raccolto che evocasse lo stile etrusco della famosa location.

Durastanti

Terranova
Gli uomini non hanno trovato di meglio che indossare una camicia bianca, senza cravatta. In quanto alle giacche, sia quella di Missiroli sia quella di Scurati sono di un tessuto informale, probabilmente un misto cotone-lino che sicuramente le rende fresche ma non adatte all'occasione in tarda sera. La giacca di Scurati poi ha un effetto visivo melange che va bene di giorno, un urban style da lavoro, non da occasione.

Missiroli

Scurati

Scurati

La camicia aperta va bene se ti fermi a mangiare un gelato sul lungomare ma di certo non se sei finalista al Premio Strega. Scurati almeno mi pare abbia fatto una puntata dal barbiere per aggiustare capelli e baffi. Missiroli, no. Se sì, non si vedeva.
Signori scrittori, a meno che non siate a bere un thè nel deserto, lasciate perdere la camicia aperta. Mi direte "ma fa caldo" o "è dal pomeriggio che stavamo là". Non fa niente. Bisogna fare un piccolo sacrificio per un evento che può cambiarvi la vita.
Non è bello vedere il presentatore (nel caso specifico il sempre elegante Pino Strabioli) in smoking con papillon che intervista uno scrittore sciatto e stropicciato.

Andando a ritroso nelle edizioni passate ho trovato qualche uomo che aveva capito la situazione. Uno di questi è Nicola Lagioia, ricorda lo stile de "Le iene" ma almeno lavato e stirato.

Lagioia
E voi? Quali sono secondo voi gli scrittori o le scrittrici più dandy?


venerdì 2 settembre 2016

I figli della brava gente - #fertilityday

Immagine tratta da "La domenica della buona gente"

"Eh sì, una volta si facevano più figli, eppure eravamo più poveri". Così riflette il ministro di turno prima di trovare una soluzione a questo calo demografico che porterà al fallimento totale dell'INPS.
Si facevano più figli, è vero. Adesso vi racconto come mai, sono abbastanza vecchia da ricordarlo e abbastanza giovane per fare parte di una generazione di donne che, a differenza di quelle che l'hanno preceduta, ha potuto scegliere se figliare o meno.
Al quartiere, a Montesacro, al palazzo di fianco al mio c'era un ragazzino che si chiamava Tonino (diciamo).
Tonino stava sempre per strada, "come tutti i ragazzini del rione" direte, ma lui ci doveva stare per forza perché la madre lavorava tutto il giorno e quando la mattina usciva lo buttava fuori di casa e buonanotte.
A pranzo la portiera del palazzo gli dava una rosetta con la mortadella e lui stava a posto fino a sera. Era secco come una scopa, Tonino.
Quando le signore parlavano di sua madre dicevano "poveretta, quella è una ragazza madre".
Io, all'epoca non capivo proprio cosa significasse.
La poveretta per campare lavava le scale, faceva i piatti a casa dei signori e altri lavoretti così. Tonino lo guardavano il barista, il lattaio, il gommista, le portiere, la strada insomma.
Oggi un ragazzino abbandonato in strada tutto il giorno sarebbe considerato reato, gli assistenti sociali si presenterebbero  a casa della "poveretta" e glielo toglierebbero per metterlo in una casa famiglia.
D'altronde, a quel tempo, se rimanevi incinta e non avevi fratelli o padri che riempivano di botte il maschio "inseminatore" per convincerlo a sposarti, finivi per essere una poveretta e tuo figlio in mezzo alla strada dalla mattina alla sera.
Quelle che invece il marito ce l'avevano non è che stessero molto meglio, in casa tutto il giorno a badare ai "regazzini", uscivano solo per fare la spesa e un caffè al bar se lo potevano pigliare solo la domenica col marito e la famiglia, se andava bene.
I ragazzini poi negli appartamenti in affitto non stavano tanto comodi e quindi la giornata per strada ce la passavano pure loro, l'unica differenza era che a mezzogiorno invece del pane e mortadella come Tonino si potevano mangiare i maccheroni al pomodoro o al burro e parmigiano (questo era il pasto di una famiglia media italiana a pranzo e cena. Si variava con la frittata e cicoria).
Di notte dormivano a due a due nello stesso letto uno da capo e uno da piedi, a quelli più grandi sistemavano il divano letto o mettevano una brandina nel corridoio.
Sto parlando degli anni '70, non del 1915 e questa era la vita normale della brava gente che, comunque, un lavoro ce l'aveva. Famiglie rigorosamente monoreddito.
Oggi forse i ragazzini che vedete in mezzo alla strada non si chiamano più Tonino, Mario o Cesare, forse si chiamano Hassan, Dimitrij, Tibor.
Sì perché gli italiani i figli non li vogliono tenere per strada, li vogliono mandare a nuoto, a tennis, a pianoforte. È così, quando la società si evolve si vuole qualcosa di più per i propri figli e se non si può, piuttosto che tenerli per strada è meglio non fare altri "Tonino".

venerdì 26 febbraio 2016

La bionda del Kontiki

Da ieri nelle librerie e in formato e-book il mio primo romanzo "La bionda del Kontiki" pubblicato da E/O. Una storia di rinascita, amori e ballo per scatenati over 60.


domenica 31 maggio 2015

Le clienti e la crisi

Ogni donna cerca nella propria parrucchiera o estetista di fiducia una persona complice che la aiuti a risolvere un problema.
Sempre più spesso mi capita di incontrare delle professioniste del settore che sbandierano a destra e a manca di aver seguito corsi a livello internazionale di marketing e psicologia.
Evidentemente poco deve essere rimasto nella loro memoria e ancora meno deve essere stato elaborato perché in realtà commettono degli errori madornali nell'approccio con la cliente, cose che per quanto mi riguarda ritengo imperdonabili.

Ad esempio:
1- Non si parla dei difetti di una cliente nel salone, davanti alle altre.
Non puoi dire a una che ha il naso storto, i capelli crespi, i capelli radi, il viso irregolare.
2- Lo stesso vale per le estetiste, seppur in un contesto più discreto, non devono mettere in difficoltà la cliente facendo l'elenco di tutte le pecche della sua pelle, unghie, piedi.
3- Se una persona vi chiede un taglio che possa gestire anche da sola non fate le furbe creando una forma impeccabile con un piega professionale ma disastrosa se si lavano i capelli a casa.
4- Non dite quanto fa schifo il colore che la cliente si è fatta da sé con i prodotti della grande distribuzione e soprattutto non aggiungete che rimediare sarà difficile, quasi impossibile. Il vostro lavoro è anche rimediare ai danni.

Ho pensato a queste spiacevoli situazioni ultimamente molto frequenti, forse a causa dell'ansia generata dalla crisi. Non ho saputo trovare una risposta se non che "le professioniste", in tempo di ristrettezze economiche, credono con questi “trucchi” di spingere la cliente a tornare più spesso.

Non è così che funziona; se fai un taglio che implica la piega professionale non necessariamente questa cliente, scoperta la furbata, tornerà da te.
Anzi, probabilmente andrà altrove.
Similmente con il colore; se una persona non può permettersi il ritocco ogni due settimane non bisogna farla sentire "povera" ma cercare di andarle incontro.
Una menzione a parte meriterebbero le commesse delle profumerie, anche qui la discrezione e la diplomazia sono fondamentali. A una cliente che chiede un consiglio non puoi fare una lezione di chimica sui parabeni solo per far vedere che sei competente. La cliente in questione potrebbe non avere tempo da perdere ed essere semplicemente indecisa tra un ombretto color malva e uno prugna e magari di parabeni ne sa più di te.
Non so cosa vi insegnino a questi corsi di marketing, di certo o non avete ascoltato attentamente o eravate assenti quando dicevano che non si può prescindere dalla buona educazione. La chiave per aprire i cuori di noi clienti è sempre la stessa da secoli e funziona anche con la crisi: gentilezza, signore, gentilezza. 

giovedì 6 novembre 2014

Tempi verbali



Erano gli anni in cui i baci sembravano finiti e i titoli dei film si facevano con gli imperativi.
Ieri ne ho rivisto uno di quei film mentre fuori pioveva, troppo.
A distanza di tempo la cifra stilistica del regista e dei motivi di allora appare inequivocabile: eravamo esauriti, delusi, stropicciati, acciaccati, stanchi ma qualcosa la volevamo ancora salvare. Uno straccio di famiglia, di rapporto coi figli, un barlume di umanità travestita da ultimo sogno prima del rientro mortale in carreggiata. Non che vada pazza di quel cinema ma cosa ci dice invece quello degli anni '10?
Ora che abbiamo finito pure gli imperativi da quale tempo verbale si dovrà ripartire?

mercoledì 22 ottobre 2014

Terribilmente chic


Si avvicina la notte di Halloween, inutile fare gli schizzinosi, ormai Jack O'Lantern è arrivato in Italia da un pezzo. Tanto vale farsene una ragione. Così tra una festa e un cocktail rosso sangue, mentre prepariamo i crisantemi da portare ai cari estinti, questa sì che è tradizione italiana, non dimentichiamo il tocco perfetto sulle unghie.Stavolta niente smalto nero, blu notte, grigio o, peggio ancora, color zucca; tutti troppo prevedibili.L'evocazione totale sarà il numero 300 di Revlon che si chiama "Bare bones" = le nude ossa.

giovedì 13 settembre 2012

Erotic boutique



"La pornografia asseconda istinti perversi, l'erotismo aiuta a realizzare l'aspirazione ad una vita sessuale normale che è in ognuno di noi. Nei miei negozi c'è solo materiale erotico". (Beate Uhse)
Beate Uhse è il nome di una signora che oltre a essere stata l'unica donna dell'aviazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, ha trovato una via singolare per ricostruirsi una vita dopo la sconfitta della Germania. Il 30 aprile del 1945, ormai vedova, per evitare i russi, fugge con i suoi due figli su un bimotore e si consegna agli inglesi. Dopo qualche mese di carcere ritorna in patria e ha l'idea di pubblicare un libretto dal titolo "Schrift X" che spiega i metodi anticoncezionali. L'intuizione che i tedeschi potessero di nuovo sorridere ai piaceri della vita senza mettere al mondo troppi figli (come invece accadde in Italia col Baby Boom) fu profetica. Negli anni '50, grazie al successo del libretto, la signora Uhse mette in piedi un'azienda e nel 1962 "Beate Uhse" diventa il nome di una catena di negozi dedicati all'eros. Nel 1996, per i cinquant'anni di attività, la Uhse apre a Berlino il "Museo erotico".
Per Beate non ci sono dubbi, il sesso deve essere gioia.


Beate Uhse a Trieste, Riva Grumula 10
La catena è presente anche in Italia e si distingue dagli altri "sex shop" per l'impostazione aperta e luminosa degli ambienti e degli espositori. Non ci sono vetrine oscurate e misteriosi campanelli da suonare. Beate Uhse è una erotic boutique. Ho visitato il punto vendita di Trieste e ho raccolto qualche aneddoto sulle ultime tendenze e il tipo di clientela. La simpatica signora che era in negozio è stata molto cordiale e mi ha parlato di persone straordinarie con il suo bell'accento triestino. Ho scoperto che purtroppo la "moda" del latex e dell'accessorio fetish è un po' declinata e che manca una sezione decicata alla letteratura erotica. Tuttavia, con mia grande sorpresa e con un po' di sollievo, mi ha raccontato che ci sono tanti clienti over 80 che si dedicano all'eros e comprano eleganti sex toys anche per amiche loro coetanee. Trieste è una citta davvero speciale però mi piacerebbe sapere qualcosa anche dalle altre città dove c'è un negozio Beate Uhse. Potrebbe venirne fuori un libretto!

sabato 14 luglio 2012

Se me lo dicevi prima

Una canzone di Enzo Jannacci presentata a Sanremo nel 1989, quando io stessa ero pienamente in età di intendere e di volere. All'epoca e in quel contesto non venne capita ma, come molti brani di questo grande autore, contiene inoppugnabili verità. In questi giorni me la ricanto spesso mentre mi guardo intorno sulla spiaggia e risento vecchi amici. Tempo di bilanci forse ma ora che li vedo tutti "sistemati" e dotati di prole capricciosa e berciante mi dico: "ma era questo che volevi? Se me lo dicevi prima". Mi accorgo dunque che le donne hanno riconquistato, o meglio, raggiunto una posizione dominante nelle famiglie ricorrendo a un escamotage vecchio come il mondo: fare un figlio con quello giusto. Ecco, vedo ex-ragazzi amanti della libertà e allergici all'impegno trasformati in padri baby-sitter, colf, lavoratori del doppio turno per pagare il mese di vacanza alla moglie/madre del proprio figlio "perché al piccolo fa bene l'aria di mare" mentre loro schiattano in città. Le giovani mogli/madri spesso non lavorano "eh, c'è la crisi" e poi "col bambino come si fa?"... nella maggior parte dei casi non hanno mai lavorato né si sono preoccupate di farlo. E allora? Se me lo dicevi prima che il posto di una donna in società non è mai stato minacciato né messo in discussione. C'è sempre stato, bastava solo accorgersi che da noi si voleva che fossimo mamme. Che quel fidanzato che prima a malapena ti pagava il gelato e che a Natale si presentava con un pelouche rimediato per quattro soldi al bar sotto casa, ora si venderebbe un rene per non far mancare nulla al pargolo ma soprattutto alla madre di questo che incede spingendo un passeggino fiera, su zeppe dorate e french manicure. Lui, l'ormai marito invece ha messo su pancia e indossa bermuda che ammazzerebbero l'eros di Mr. Hyde. Avrei dovuto capirlo prima, l'Italia è il paese delle mamme e se vuoi essere rispettata, ammirata, "obbedita" in quanto donna, basta tu faccia un figlio... Se me lo dicevi prima.