Visualizzazione post con etichetta Serie TV. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Serie TV. Mostra tutti i post

mercoledì 29 gennaio 2020

Madri e figli... in famiglia


La percezione che si ha della maturità di un'attrice rispetto a un suo collega maschile è molto relativa.
Spesso capita che la differenza d'età tra un attore e un'attrice che deve interpretarne la madre non sia tale da essere plausibile nella realtà.
Nel cinema, come nella TV, l'interprete femminile che ha superato i 35 anni è automaticamente candidata ai ruoli di madre/zia/sorella maggiore quando va bene, di intermezzo comico quando proprio non si sa cosa farle fare.
Senza andare troppo lontano, un esempio in tal senso viene dalla popolare serie televisiva "Un medico in famiglia".
Nella sesta stagione (andata in onda nel 2009) l'attrice Emanuela Grimalda, nata nel 1964, è Ave, madre di Guido, anche lui “medico in famiglia” che è interpretato da Pietro Sermonti, classe 1971.
Guido è il marito di Maria, la bella Margot
Sikabonyi nata nel 1982.
Tirando le somme quindi è normale che si crei una coppia in cui la donna ha 11 anni meno dell'uomo, non si pone nemmeno il più remoto dubbio.
Eppure la differenza d'età è minore con l'attrice che interpreta la madre di questo stesso uomo.
È vero che si tratta di finzione scenica, che in varie occasioni si usano parrucche e make-up per invecchiare o ringiovanire gli attori ma qui il discorso è proprio riferito alle assegnazioni di ruolo, al casting che, come nella vita, consegnano al mondo maschile una più duratura giovinezza.
Ad ogni modo, nella vita reale Emanuela Grimalda madre lo è diventata per davvero e all'età di 51 anni. Alla faccia di tutti i medici in famiglia.


giovedì 24 novembre 2016

Un posto al sole in libreria

Un posto al sole, Michele e Silvia

Pensatela come volete ma la soap italiana ambientata a Posillipo
"Un posto al sole" è sempre attenta alla contemporaneità, forse è questo il segreto del suo successo. Premetto che ho cominciato a vederla da quando vivo in Veneto, quindi non è di certo una questione di appartenenza. Comunque ora hanno tirato fuori una storiella simpatica. 

Dunque, il giornalista Michele Saviani, di solito impegnato in reportage e trasmissioni radio importanti, si cimenta nella scrittura di un romanzo sentimentale. 
Sua moglie Silvia lo scopre e diventa la sua prima entusiasta lettrice.
Silvia gestisce un bar ma è soprattutto una grande appassionata di cinema e di letteratura per cui cerca di motivare Michele a continuare, non solo, decide di occuparsi dell'invio del manoscritto alle case editrici.
Il giornalista però è riluttante ad usare il suo nome e insieme scelgono uno pseudonimo femminile: Grazia Rossellini.
Nella puntata di ieri arriva alla mail della "Rossellini" il solito rifiuto precompilato di una casa editrice ma Silvia non si dà per vinta e replica con sincera dialettica all'editor.
Staremo a vedere. Per il momento mi pare che il caso "Elena Ferrante" sia stato di grande ispirazione per gli autori di UPAS.

mercoledì 29 ottobre 2014

Quel nostro amore

Ieri, 28 ottobre, è andata in onda la prima puntata di "Questo nostro amore 70".
Un tocco di originalità sta nel fatto che invece di chiamarla "Questo nostro amore 2" si sono sforzati un po' e hanno pensato di evocare il decennio più controverso e drammatico della nostra storia recente.
Fin dalla prima stagione, pure molto piacevole, avevo pensato che forse c'era stato una sorta di passaggio del testimone nell'amarcord familiare degli "ancora viventi"con la serie "Raccontami" che alla fine della seconda stagione si fermava proprio alle soglie del'67.
La prima stagione di QNA ricomincia proprio da lì, in un'altra città; da Roma si passa a Torino che pure si era vista in "Raccontami" per alcune vicende che riguardavano la giovane Ferrucci, Titti che si intuisce appassionata di questioni sociali e futura barricadera. Non siamo mai arrivati a sapere cosa sarebbe stato di lei e degli altri Ferrucci. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore; ci siamo subito sentiti coinvolti dal romanzesco amore tra il signor Costa e la signorina Ferraris, ammaliati da quelle case di ringhiera senza il garrire delle rondini ma con l'immancabile portiere impiccione.
Anche qui fanciulle in fiore crescono, la classe operaia si emancipa, progetti da sogno all'insegna della speranza.
Abbandonate le minigonne, le donne di QNA 70 indossano stivali scamosciati e cappelli a tesa larga ma sì, sembrano tutte più nervose. Ora lavorano, hanno i loro soldi ma le responsabilità familiari di sempre. Ecco, quella delle nostre madri è stata la prima generazione a doversi sobbarcare tutto: lavoro e famiglia. Erano così orgogliose dell'avere una professione fuori casa che non si accorgevano di quanto poi ci sarebbe costato essere così "multi tasking"in nervi fragili e conflitti in famiglia.
Il punto è che la TV cerca di recuperare un pubblico nuovo e vecchio al tempo stesso, rivuole i bambini che guardavano "Tante scuse" con Sandra e Raimondo o la Goggi al sabato sera.
La TV richiama con il canto delle sirene i quaranta/cinquantenni, quelli che si rivedono nei bambini di QNA 70; quelli che vorrebbero tanto dire a quell'adolescente tanto amante dello studio che: "Sarai tanto brava e volenterosa ma fra 30 anni ti ritroverai scavalcata dal solito figlio di papà" e al ragazzo disorientato e confuso: "Stai attento, il giorno che qualcuno ti chiederà di provare una cosa buonissima, da sballo. Di' di no".
Questa serie non ci fa sognare, ci fa rivedere come eravamo, i bravi bambini che siamo stati, quelli che con tanta immaginazione avrebbero assisitito alla nascita di un mondo davvero nuovo, l'ultima generazione di giovani che abbia pensato al futuro, ancora per un po'.

mercoledì 31 luglio 2013

Call the Midwife

Lo sapete tutti, lo so anch'io che i blog non sono più di moda. Oggi la comunicazione corre sul filo della luce sul quale stanno appollaiati deliziosi uccellini azzurri. Io stessa non disdegno cinguettare, per quanto come delicato usignolo sarei davvero poco credibile.
Tuttavia, in qualità di aspirante vecchia signora, faccio fatica a sbarazzarmi completamente di qualche pezzo di nostalgia.
Mi piace certe volte essere "leggermente old fashion", non c'è nulla di male; la regina Elisabetta II ha trascorso tutta la vita tenendosi ben più di due passi indietro rispetto alla moda corrente; risultato: uno stile unico e inconfondibile, personale. Visto che è arrivata a essere bisnonna, direi che essere démodé porta bene.
In questo mio divagare nell'Inghilterra del tempo che fu, ho trovato una bella serie britannica: Call the Midwife. Si tratta di un prodotto della BBC lanciato nel 2012 e ambientato in un quartiere povero dell'East End, Poplar, alla fine degli anni '50.
Si seguono le vicende di un gruppo di ostetriche stipendiate dal National Health Service che proprio in quegli anni sferrava un attacco alla fame, alla miseria e soprattutto alla mortalità infantile e femminile.
Molto istruttivo e commovente come è giusto che sia. Di grande gusto e cura editoriale; bello da ascoltare in lingua originale per assaporare le differenze linguistiche che connotano gli strati sociali e le singole provenienze dei personaggi. Dedicatevi una rosa e, anche se non siete delle partorienti, chiamate la levatrice!