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mercoledì 18 gennaio 2017

Tornerete



Ormai lo predicano anche i sassi che mi faccio vanto del mio essere abruzzese anche se, in fin dei conti ho abitato lì per meno anni rispetto ad altri luoghi ma quella è casa mia e sempre lo sarà.
Ora è dura, durissima, neve e gelo ed esondazioni e terremoto insieme. Ci sarebbe da scappare, chiunque si produrrebbe in mille gesti scaramantici piuttosto che pensare di "andare là". Invece io sono convinta che tornerete sulle nostre coste così accoglienti con i bambini e gli anziani, che tornerete a fare passeggiate in montagna, sulle nostre montagne più antiche e misteriose delle belle Alpi.
Tornerete a mangiare i fritti e le olive all'ascolana, a bere il rosso Piceno, il Trebbiano d'Abruzzo. Tornerete perché tornerà il sole, il vento profumato di pini dal mare, il canto dei ruscelli e dei fiumi torneranno. Il boato della terra si trasformerà in grano dorato e fichi succosi. Tornerete perché i vostri cuori, una volta passati da noi non se ne andranno "nemmeno se li sparano".

lunedì 22 agosto 2016

La rivolta dei grembiuli neri

Io a dodici anni, 1982
Erano i primi anni '80 quando da Roma la mia famiglia si trasferì in un paese tra le Marche e l'Abruzzo, Sant'Egidio alla Vibrata, allora pieno di fabbrichette e di presunzione.
Avevo già frequentato un anno di scuole medie a Roma in un istituto privato, dalle suore per essere chiari. Lì si usava la divisa: camicia bianca, gonna blu, cardigan blu in inverno, scarpe blu. All'inizio ero stata un po' perplessa ma poi il gusto della divisa che crea anche un senso di appartenenza mi fece accettare quell'abbigliamento che, tutto sommato, era anche elegante.
Arrivata al paese, dopo un'estate piena di entusiasmo ma anche di malinconia per aver lasciato la mia città, mi apprestavo a frequentare il secondo anno di scuola media. A mia madre dissero che lì si usava il grembiule nero per le medie invece di quello azzurro delle elementari. Alle divise ci ero abituata e “vabbè” dissi “mettiamoci 'sto grembiule”.
Il primo giorno di scuola notai subito che non tutti indossavano il grembiule, o meglio, i maschi non indossavano il grembiule. Tutte le femmine avevano il grembiule nero e qualche “ribelle” si limitava a portarlo un po' sbottonato.
Entrata in classe, dopo una crisi di pianto che non avevo avuto nemmeno all'asilo, quando arrivò la professoressa di italiano alzai la mano e feci la mia prima domanda: “Perché noi femmine dobbiamo portare il grembiule e i maschi no?” Ci fu un silenzio pieno di imbarazzo da parte di tutti, allievi e insegnante. La professoressa non sapeva cosa rispondere e disse solo: “Qui è così”.
Non mi accontentai e iniziai un'educata ma argomentata polemica che mi costò un colloquio dal preside accompagnata da mia madre la quale non era a conoscenza di questa “discriminazione”.
La prima cosa che il preside mi disse fu: “Il grembiule è comodo. Così non vi sporcate i vestiti”.
Risposi: “Bene, dunque anche per i maschi sarebbe comodo considerato che stanno anche meno attenti di noi a non sporcarsi”.
Il preside capitolò: “Il fatto è che le femmine sono più fanatiche e possono esserci invidie per come ci si veste. Chi ha più soldi si veste meglio e chi meno non si può permettere le stesse cose”.
Io: “Questo vale anche per i maschi, quindi o tutti si mettono il grembiule o io non me lo metto più”.
Il preside: “E chi li convince i maschi a mettersi il grembiule?”
Io: “Se il problema è questo sappia che non convincerà neanche me”.
Il giorno seguente andai a scuola “in borghese” e in pochi giorni anche tutte le altre ragazze iniziarono a presentarsi senza grembiule. Rimasero solo due “convinte” a indossarlo regolamentare e tutto abbottonato fino alla fine della terza media. Fu una loro scelta, o dei loro genitori, comunque nessuno si sognò, io per prima, di prenderle in giro per questo.
Avevo dodici anni e il coraggio pacato di chi credeva nel “o tutti o nessuno”.