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venerdì 8 febbraio 2019

Argento vivo è Hg (mercurio)

Charlie don't surf - Maurizio Cattelan

Caro Daniele Silvestri, apprezzo il tuo lavoro e ritengo tu sia uno dei cantautori più illuminati della mia generazione. Fine della captatio benevolentiae.
La tua ultima canzone "Argento vivo" mi ha scosso molto e forse era quello che volevi ottenere: scuotere. Mi addolora pensare che si parli della scuola, sebbene dal punto di vista di un sedicenne, come di un carcere perché io in quel carcere ci lavoro e ci perdo la salute ogni giorno per fare sì che non sia quello schifo nel quale a me e a molti della mia generazione, come te, è toccato studiare e trascorrere i migliori anni della nostra vita.

Non starò qui a fare l'elenco delle mie vicissitudini scolastiche dalle elementari perché altrimenti dovrei scrivere un romanzo, mi limiterò agli ultimi anni di liceo.
Quel poco che ho imparato alle scuole superiori, durante il primo biennio, lo devo solo a un bravo insegnante di lettere, un bolognese trapiantato nelle Marche e a uno stuolo di poveri supplenti (come sono io oggi) che hanno profuso passione e amore in ciò che facevano.
Dal terzo anno in poi è stato un inferno di noia, frustrazione e umiliazioni.
La professoressa di Italiano e Latino, una donna sola e piena di rancore, non faceva che leggere in classe quello che era scritto sull'antologia intervallando con alcune considerazioni di critici letterari di cui trascriveva il pensiero su pizzini volanti. Se le dicevi che era bella e stava bene con il tale vestito avevi l'8 assicurato. Io non sono mai stata così audace da far complimenti spudorati a persone autorevoli.
La professoressa di Matematica si preoccupava più di "raddrizzare" gli studenti che di spiegare e io non ricordo un solo teorema che sia stato spiegato da lei, non uno.
Il professore di Storia e Filosofia non si sprecava nemmeno a leggere, lui faceva leggere a turno i compagni seduti ai primi banchi e ogni tanto interrompeva con un asciutto "avete capito?" Di quelli seduti dal secondo banco in poi non ricordava nemmeno i nomi.
Anni così, di noia, solitudine, di ingiustizia osservata e subita da parte di chi non voleva o non sapeva dare spiegazioni ma metteva i voti o ti giudicava per il tuo pensiero od orientamento politico, poiché allora anche i sedicenni avevano un orientamento politico.
Mi alzavo alle sei per prendere la corriera e raggiungere quella città di provincia dove c'era il mio liceo. Facevo quello che dovevo e non ho mai fatto spendere ai miei genitori i soldi nemmeno per un'ora di ripetizioni. Sempre promossa, con fatica e a denti serrati perché avevo uno scopo: finire e andarmene da quel posto, da quell'ambiente, andare altrove dove sarei stata libera di studiare come volevo, con chi volevo e di uscire e andare ai cortei, alle manifestazioni per costruire una scuola più giusta, una società più giusta.
Sì, io avevo l'argento vivo addosso.
Il tuo rancoroso sedicenne no, per quello si può parlare solo di mercurio (lo so, è la stessa cosa). Oggi noi insegnanti facciamo di tutto per andare incontro alle loro esigenze, prepariamo verifiche in tre versioni diverse nelle quali includiamo i BES, i DSA, i “legge 104”. Spieghiamo e rispieghiamo fino allo sfinimento, io personalmente passo tra i banchi e aiuto i ragazzi uno ad uno.
Spesso in cambio riceviamo solo “casino” e bottigliette d'acqua che volano e ci sfiorano la testa. Qualche “buongiorno” detto con sincerità quando va bene.
È la scuola dell'obbligo, è vero ma è un obbligo che abbiamo assolto tutti e, credimi, caro Silvestri nessuno si sogna di arginare la vitalità di questi ragazzi, quando c'è, ma facciamo corsi su corsi e autocritica a ogni consiglio di classe per capire cosa possiamo fare NOI insegnanti affinché si possa agevolare il più possibile il loro percorso formativo.
Nessuno li offende, nessuno li giudica, nessuno li ignora. L'argento vivo non siamo noi ad appannarlo ma forse le famiglie o loro stessi e sai perché?
Perché non hanno il desiderio di fuggire, stanno bene dove sono, nelle loro case spesso vuote dove dormono, mangiano, giocano, scopano quando e come vogliono, senza chiedersi cosa renda possibile tutto ciò.
Vuoi sapere come i ragazzi trattano le ragazze? Non ti piacerebbe saperlo e non ti piacerebbe nemmeno sapere a cosa e come applicano quel poco di energia animale che hanno. Eppure vogliamo bene loro e per loro ci saremo sempre, noi insegnanti e carcerieri, secondo la tua canzone.
Ne vuoi sapere un'altra? A sedici anni finisce l'obbligo scolastico. Il tuo rancoroso adolescente ha scontato la pena e può tornare a buttarsi sul divano senza che nessuno di noi lo infastidisca oltre.


venerdì 23 novembre 2018

Bacchette o forchette? - sul caso D&G in Cina




Chi si occupa di linguistica e di comunicazione sa benissimo che gli stereotipi non sono sempre cose negative ma possono invece diventare degli utili strumenti per la comprensione della mentalità di una lingua o di Paese straniero.
Se noi italiani troviamo giustamente offensivo essere additati come "tutti mafiosi", credo invece che nessuno possa offendersi per l'associazione Italia= Pizza che è una delle ricette più diffuse e amate al mondo.
Il caso #DolceandGabbana è probabilmente esploso a causa di una serie di cattive interpretazioni inerenti l'uso della lingua e degli stereotipi.
Non posso credere infatti che i cinesi si siano offesi per le ambientazioni tradizionali (alle quali tengono molto e per le quali sono riconoscibili) come le lanterne di carta e il colore rosso. Io, fossi cinese, ne sarei fiera. Il rosso è simbolo di potenza, vita e rivoluzione e se viene usato per l'oggettistica cheap lo è anche per le stupende lacche cinesi d'epoca che sono preziose e costosissime.
No, che si siano offesi per questo proprio non lo credo.
Vero è che se fossi stata la responsabile della comunicazione di D&G o il creativo dell'agenzia che ha ideato gli spot avrei agito diversamente.
Avrei confuso gli stereotipi e ribaltato il pensiero comune occidentale dal punto di vista di un orientale. Come?
Così: - una coppia di giovani cinesi entra in un ristorante italiano in Cina. Loro sono molto divertititi nell'osservare il locale arredato con gusto kitsch, i murales un po' naif che rappresentano Venezia e Napoli e la voce di Andrea Bocelli in sottofondo. Insomma fanno quello che facciamo noi italiani quando entriamo in un ristorante cinese.
- il cameriere è un orientale vestito da "italiano" e prende le ordinazioni. I due si guardano perplessi.
- il cameriere torna e porta a tavola le posate, tra cui la forchetta.
- I ragazzi guardano la forchetta preoccupati ma nessuno dei due vuol far capire all'altro che non sa come si usa. (Come facciamo noi italiani nei ristoranti orientali).
- Il cameriere porta ai due giovani due bei piatti di spaghetti pomodoro e basilico e augura buon appetito in un italiano stentato.
- I ragazzi prendono la forchetta e dopo un paio di maldestri tentativi chiamano il cameriere che ritorna munito di bacchette.
I due si sorridono e finalmente possono gustare il piatto italiano.
Ecco, io l'avrei fatta così. Ci saremmo presi in giro entrambi e avremmo anche ispirato una certa simpatia nella condivisione della piccole difficoltà della vita che tutti noi Europei, Italiani, Cinesi incontriamo e affrontiamo con un sorriso.
p.s.
Scusate ma non ho tempo per uno storyboard fatto come si deve. Se D&G mi vogliono per le prossime campagne internazionali mi troveranno qui, sono la signora Carlomagno.



domenica 19 agosto 2018

Ah dottò, che ve serve?




Il cinema italiano degli anni '50 e '60 ci aveva già spiegato tutto da "La famiglia Passaguai" a "I mostri" passando per "Il conte Max", la commedia all'italiana attraverso le maschere interpretate da grandi attori come Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Nino Manfredi, Alberto Sordi..., ci aveva già detto cosa era e cosa sarebbe stata l'Italia.
Abbiamo creduto tutti che fosse solo commedia e che Totò e Gassman stavano lì per farci ridere, per farci passare un'ora e mezza spensierati.
Questo è il problema; eravamo (anzi eravate) tutti spensierati davanti a quelle storie in bianco e nero quando invece avreste dovuto accendere il cervello e aprire bene occhi e orecchie.
I vari "Dottò", "Cummenda", gli "Onorevole Trombetta" e i "dottor Tersilli" erano la nostra classe dirigente e lo sarebbero sempre stata.
Parliamo delle infrastrutture che crollano e non ci ricordiamo dell'Italia tutta condonata tra gli anni '70 e '80, dell'abusivismo che diventa legale se paghi l'obolo al Comune/Assessore.
Ve lo ricordate "Er monnezza" (ovvero l'ispettore - e sottolineo "ispettore"- Nico Giraldi) in un film in cui costruisce una casa abusiva di cui nottetempo si affretta a fare il tetto così che non possa essere abbattuta – per legge?
Io me lo ricordo e mi ricordo che non ci trovai niente da ridere perché è così che tanti di noi (voi) si ritrovano una casa, magari nel letto di un fiume (come l'Aniene in quel caso) o sulle pendici di un vulcano o su una costa marina a rischio idrogeologico.
Quanti proprietari di case hanno "rialzato" un piano perché il figlio aveva messo incinta la fidanzata e dovevano farlo sposare? Quanti di voi sono i figli "del piano rialzato" e poi condonato?
Negli anni della mia infanzia – gli anni '70/80 - ero piccola ma molto in grado di intendere e ricordo che nei paesi d'Abruzzo di mia frequentazione quando c'erano dei lavori pubblici: strade, ponti, argini, le prime cose che si organizzavano erano la distribuzione di sacchetti di cemento e materiali edili vari (comprati con soldi pubblici) per questo o quel funzionario che doveva farsi un muretto nell'orto o il garage o la rimessa degli attrezzi o la villetta.
Tanta mano d'opera "statale" o dell'ANAS veniva dirottata a casa di primari, marescialli, sindaci e quindi i lavori per rimettere a posto una strada duravano il doppio del tempo necessario. E il cemento mancante? A volte sostituito da breccia, a volte ricomprato (e poi ci chiedevamo perché i costi degli appalti aumentassero dopo l'inizio dei lavori).
Immaginate in questi decenni quanti sacchetti, ferri, mattoni, piastrelle, sampietrini e mano d'opera sono finiti nella casa/villa di dirigenti e impiegati, alti o bassi, di ogni ordine e grado.
Quanta roba e quanta attenzione e tempo pubblico ci siamo (vi siete) fregati?
Adesso neanche un esercito di alieni con menti superiori sarebbe in grado di ricostruire i milioni di rivoli in cui "il bene pubblico" è andato a finire: "questa 'ndo jaha metto dottò?"
I piloni non tengono? Le strade crollano? Inutile cercare un nome che faccia da capro espiatorio; i nomi li sappiamo già: "Dottò", "Cummenda", "Onorevole Trombetta", "dottor Tersilli"...

giovedì 5 ottobre 2017

In principio era Chiara

Ghost in the shell - quello vero
Prima che i social facessero della condivisione in web un gesto semplice che si traduce in un click, c'erano programmi di sharing come Napsters ed eMule, WinMX ; prima che i cellulari diventassero delle videocamere c'erano le compatte, costosissime.
C'erano i P2P e i torrent per scaricare video e musica. C'erano i Twilight (non la saga dei vampiri). Non era ancora così diffuso Facebook, non era ancora diffuso Twitter.
Prima di ogni vittima di cyberbullismo di questi ultimi anni, c'era Chiara. Chiara da Perugia. Era il 2002 o il 2003 non ricordo bene.
Il video di Chiara (nome fittizio o forse no) minorenne che fa sesso con il suo fidanzato divenne un vero e proprio caso fra gli "addetti ai lavori", gli smanettoni che stavano connessi a quei programmi di file sharing 24 ore su 24.
Il video ebbe anche un titolo "Forza Chiara" da un'esortazione del ragazzo che era con lei. Lui pare avesse preso in prestito una videocamera e avesse convinto la ragazza a farsi filmare, lei non era affatto d'accordo, si vergognava e lui appunto le ripeteva "Forza, Chiara".
Il video amatoriale finì in Rete e una schiera di voyeur del sottobosco, fieri di essere stati in grado di trovarlo e scaricarlo come dei campioni di spionaggio internazionale, cominciarono a passarselo attraverso il P2P.
Ricordo che la ragazza fu riconosciuta soprattutto nella sua città, dove vivere per lei e per la sua famiglia divenne insopportabile. Non c'era ancora Facebook e la gente scriveva insulti non su una pagina o sotto un post ma direttamente, come da tradizione, nei cessi di scuole, bar, locali. Più semplicemente la insultava per strada.
Ricordo che ci fu una denuncia nei confronti del ragazzo che probabilmente era appena maggiorenne. Ricordo che si diceva che Chiara e la sua famiglia avevano dovuto cambiare città.
Mi auguro che oggi sia una donna, se non felice, almeno serena. Mi auguro che la sua famiglia sia una famiglia serena. Mi auguro soprattutto che ci sia.
Questo per dire che la "gente" è brutta anche senza i social e trova comunque il modo di sfogare la propria frustrazione e il proprio senso di fallimento e nullità.
Certo, i social rendono questo istinto becero ancora più facile da mettere in atto, ancora più veloce e ciò che è peggio è che, a volte, proprio la semplicità e l'immediatezza di un click fanno sì che anche chi non vorrebbe far del male lo fa perché il tempo di un "condividi" non è abbastanza per pensare.
La velocità di un click è facile come premere un grilletto soprattutto se la pistola ce l'hai già in mano.

lunedì 18 settembre 2017

Due romanzi di due verità


Nell'ultima domenica di sole di questa estate si è chiusa l'edizione 2017 di Pordenonelegge, un appuntamento che diventa di anno in anno sempre più ricco di proposte interessanti.

Sono andata all'incontro con due autrici molto note, Loredana Lipperini e Caterina Soffici, entrambe con un lavoro recente:
"L'arrivo di Saturno" di Lipperini e "Nessuno può fermarmi" di Soffici.
I romanzi delle autorevoli scrittrici sono accomunati da molti elementi fra questi il primo è la dimensione storica, seppur attraversata dalla narrazione di una "fiction", l'altro è  la ricerca approfondita e credo anche sofferta di fonti e testimonianze.
"L'arrivo di Saturno" ripercorre gli anni '70/'80, in questo caso chiamiamoli pure "gli anni di piombo", riportando alla luce la storia vera della giornalista Graziella De Palo scomparsa, ovvero uccisa, nel 1980 a Beirut mentre seguiva assieme al collega Italo Toni una pista legata al traffico d'armi in Italia e al terrorismo palestinese. 
L'ennesimo caso/mistero italiano su cui è sceso un silenzio imbarazzante.
L'autrice si concede anche una digressione filosofica sul concetto di finzione opposto alla menzogna attraverso la vicenda, stavolta inventata (il che non significa bugia) del falsario Han van Meegeren incaricato di dipingere un Giudizio Universale in un santuario in provincia di Macerata.

http://www.giunti.it/libri/narrativa/l-arrivo-di-saturno/

"Nessuno può fermarmi" invece riguarda una parte di storia italiana che è stata completamente rimossa e ha a che vedere con le comunità italiane a Londra allo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1940 al momento della dichiarazione di guerra alla "perfida Albione" da parte di Mussolini, gli italiani di Londra vennero arrestati e successivamente deportati in quanto considerati spie, delatori, collaborazionisti, nemici in casa. Esattamente come accadde coi giapponesi negli USA.
Tra queste deportazioni di italiani, molti dei quali già integrati da almeno due generazioni in Inghilterra, si aggiunse una tragedia all'altra con l'affondamento della Arandora Star, una nave diretta in Canada e piena di "nemici del Regno Unito" che fu silurata, guarda caso, proprio dai tedeschi.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/nessuno-puo-fermarmi/#descrizione

Lascio a voi lettori il piacere di scorprire gli intrecci e le verità in questi due romanzi ma vorrei aggiungere una considerazione del tutto personale, visto che sono a casa mia, nel mio blog.
Ho già preso i due romanzi, li leggerò di sicuro perché si tratta di verità alle quali sono interessata e perché le persone che cercano di raccontarle anche aiutandosi con la forma del romanzo e della "finzione" hanno tutta la mia stima. Devo confessare però che se non avessi sentito le autrici parlare del loro lavoro non so se avrei avuto la stessa voglia di leggere i loro libri. Il marketing, la promozione, per quanto io possa essere stata distratta, li avevano presentati quasi come i soliti romanzi di "sentimenti" che scrivono le donne. In particolare su quello di Lipperini hanno insistito sul "rapporto tra due amiche" (perché Lipperini ha conosciuto veramente De Palo) e io al "rapporto tra due amiche" ero già presa dalla noia. Mi dispiace e me ne scuso con l'autrice ma, cara Loredana Lipperini, lei meglio di me sa quanta carta negli ultimi tempi si è spesa su coppie di "amiche per sempre" cercando di agganciare il "fenomeno" Ferrante.
Sono inoltre convinta che se questi libri li avessero scritti degli uomini, sulle pagine di quotidiani e periodici vari le grandi firme si sarebbero sperticate in lodi per "il caso riportato alla luce" per il coraggioso lavoro di ricerca e indagine del tale giornalista o romanziere.
D'altronde, si sa, le donne amano e scrivere e leggere di sentimenti. Per fortuna ritengo che anche la Storia sia un sentimento.

giovedì 14 settembre 2017

Scampate per caso

È capitato a tutte noi il momento dell'ottundimento, della stupidità se volete.
Un momento che può durare un decennio, un anno, un mese, anche un giorno perché alle volte anche quel solo giorno può essere di troppo, può essere fatale.
Ogni volta che ci ritroviamo sgomente e incredule a leggere l'ennesimo fatto di cronaca nera che ha a che vedere con il femminicidio o lo stupro.
Ormai il lavoro per i "profiler" all'americana si fa sempre più complicato perché non ci sono parametri fissi di alcun tipo per disegnare la tipologia dell'assassino o potenziale tale. Uomini vecchi o giovani, disoccupati o professionisti affermati, nelle città o nelle campagne, dal passato difficile o dall'infanzia felicissima, amanti dello sport o pantofolai. Chiunque può diventare il nostro assassino. Se siamo ancora qui a leggere e io a scrivere vuol dire che noi non lo abbiamo incontrato, che forse non lo incontreremo mai o che lo abbiamo evitato per tempo.
Immagine da Pinterest - set di Clockwork orange
È proprio qui che entra in gioco quel sottile retropensiero che ognuna di noi, scampata per caso o per fortuna, ha: come ha potuto (la vittima) non accorgersi che quello era matto? Che quello era pericoloso? Come ha potuto non rendersene conto?
Tutte noi, scampate per caso o per "abilità", abbiamo formulato almeno una volta queste domande a noi stesse dando, seppur per un'infinitesima parte, la "colpa" di non essere fuggita in tempo alla povera vittima. Insomma il “come mai non se n'è accorta” è sempre dietro l'angolo.
Con un minimo di frequentazione o informazione per esempio sui centri antiviolenza sulle donne sarebbe più facile capire questo "come mai".
I motivi sono tanti, di tipo culturale, psicologico, antropologico, sociale, tutte sfere in cui la donna si dibatte o viene dibattuta per trovare una collocazione onorevole.
Tra questi sappiamo e scopriamo che spesso il tuo carnefice è anche il padre dei tuoi figli e non riesci a concepire che l'uomo che ha messo metà dei suoi geni nei tuoi figli amatissimi possa essere un brutale torturatore, sarebbe come pensare di loro che per metà sono come lui.
Potrebbe invece essere che tu hai avuto un padre e dei nonni meravigliosi e per te gli uomini sono quella cosa là; persone meravigliose.
Potrebbe essere invece che ti hanno gonfiato di botte fin da piccola e per te è normale prendere botte da un uomo.
La cosa più complicata poi è quella della cultura, di quello che sottilmente ci hanno inculcato anche qui nell'evoluto Occidente, ovvero che gli uomini, sotto sotto, restano sempre un po' bambini capricciosi, che non sono capaci di affrontare il dolore e le difficoltà come noi donne (che culo vero!) e che quindi vanno sostenuti e compresi, incoraggiati e soprattutto accuditi.
Noi donne ci facciamo bastare poco per passare dall'indignazione per dei comportamenti maschili sbagliati alla materna comprensione; un regalino, una parola dolce, un'occhiata da cane bastonato e tutto è perdonato, dimenticato.
Siamo bravissime a dimenticare, a “passarci sopra” come ho sentito ripetere migliaia di volte a tutte le donne della mia famiglia.
Siamo le figlie di un'educazione cattolica e tutte abbiamo una madonnina in casa che ci ricorda che bisogna accogliere e amare, comunque.
Ricordo di aver conosciuto una ragazza molto bella e giovane che aveva perduto la testa per un tipo davvero poco raccomandabile. Tutti i suoi amici e parenti sapevano che quello era un pessimo soggetto e non facevano che ripeterle di lasciarlo stare. Una volta, sfacciatamente, le chiesi cosa ci trovasse in lui e lei mi disse: “alle volte lo guardo quando siamo in camera sua mentre osserva i suoi cocoriti. È così dolce quando fa così”.
Ecco, a lei bastava vederlo come un amante degli animali per esserne completamente soggiogata in barba al fatto che la tradisse, che la trattasse male, che le chiedesse continuamente soldi per comprarsi vestiti e scarpe firmati perché lui non lavorava. Però era uno che amava i suoi pappagallini e in quei momenti "era così dolce".
Possiamo dire di questa ragazza che fosse stupida? Vi garantisco che non lo era affatto eppure... per fortuna poi è riuscita ad allontanarsi da lui.
Tutte noi qui, voi che leggete io che scrivo, almeno una volta nella vita siamo scampate a qualcuno, ammettiamolo. Spesso non lo diciamo per vergogna, per timore, perché abbiamo rimosso ma almeno una volta, anche per una sola sera, il nostro potenziale carnefice lo abbiamo incontrato. È più frequente di quanto non si creda.
Il punto è proprio questo: una donna non dovrebbe vivere come se fosse perennemente sotto il tiro di un cecchino. Gli uomini dovrebbero essere nostri amici, compagni, alleati e non qualcuno da cui guardarsi e cui avvicinarsi con cautela e dopo lunghe analisi di informazioni. Non si può vivere così per troppo tempo nemmeno in guerra, figuriamoci in “tempo di pace”.


martedì 27 giugno 2017

Se scappi non ti sposo



Rieccoci qua a parlare di differenza d'età in una coppia, cosa che è considerata scandalosa se non “da irresponsabili” quando a essere più grande è la donna.
Si sono appena attutite le esclamazioni di stupore e incredulità sulla coppia neo presidenziale francese di Emmanuel Macron e Brigitte Trogneux che si ricomincia a colpevolizzare una donna per aver scelto un compagno più giovane.
La notizia è di questi giorni e il fatto avvenuto in provincia di Sassari: una sposa lasciata praticamente all'altare decide assieme ai suoi parenti di andare lo stesso al ristorante. Un gesto di grande coraggio e anche di grande dignità, una notizia per la quale “tutti starebbero con la sposa” al cento per cento se non fosse che Nadia (così si chiama) è una trentanovenne con un figlio di cinque anni e lui, il mancato sposo, un militare di carriera ventiquattrenne.
http://www.corriere.it/cronache/17_giugno_27/nadia-abbandonata-all-altare-607d772e-5ab1-11e7-b519-11e7c6330510.shtml

Ecco dunque arrivare i commenti della Rete impietosi sia da parte femminile sia da parte maschile:
Definire una grande una donna che si mette con uno di 24 anni.... Mettendo di mezzo suo figlio????!!!! Se te le cerchi poi le trovi !!!! È il minimo che le potesse capitare!” (donna)

“Lei è stata calcolatrice ed arrivista. Fortuna che lui si è salvato in tempo" (uomo)

"Ma io dico conosciuti pochi mesi fa , poi lui e più giovane di lei cosa pretendeva !!??? Comunque lui poteva evitare l umiliazione questo si .... "(donna)

“Classica quarantenne disperata che si innamora del primo che passa .... poveraccia" (uomo)

Potrete approfondire da soli cercando la notizia sui social o seguendo il link del Corriere, il punto è un altro: una quarantenne che si mette con un uomo, e ribadisco uomo, di ventiquattro anni è una “poveraccia”, una che “se ne voleva approfittare” come se la giovinezza di un maschio fosse un'opportunità preziosa di cui tutte andremmo a caccia, un valore aggiunto in cui si sottintendono scopi sessuali.
Di qui la conclusione che una donna a 40 anni e madre non dovrebbe pensare al sesso, sebbene non credo sia stato quello l'unico motivo che abbia spinto i due fidanzati a prendere la decisione di sposarsi con tanto di prete e di corso prematrimoniale.
Nadia avrebbe dovuto immolarsi sull'altare della maternità e del “casto pudore” invece ha osato cercare di accalappiare un giovanotto aitante e nel pieno della sua forza e bellezza.
Non è forse questa una mentalità che poco si discosta da quelli che vorrebbero incapsulare la figura femminile in un oscuro e oscurante burqa?
Perché non ci si è scandalizzati allo stesso modo quando Flavio Briatore, nato nel 1950, ha sposato Elisabetta Gregoraci, nata nel 1980? O quando Michele Placido (1946) è convolato a nozze con Federica Vincenti (1983).
In quel caso i maschi hanno fatto la parte dei "gran fighi", di quelli che (latente nella mentalità italica) nonostante siano attempati hanno ancora un certo vigore da offrire alle loro spose nel pieno dell'età riproduttiva.
In questo paese sessuofobo e clericale c'è sempre una sottesa connotazione sessuale nel giudicare i rapporti di coppia, in più è radicata la percezione che a esserne gratificata e beneficiata sia sempre la donna.
Cari signori qui di “disperata” c'è solo la massa giudicante e livorosa che si esprime con il medesimo astio superficiale su una coppia che scoppia come sui vaccini, sulla politica interna come sulla geopolitica.
Per quanto mi riguarda: Viva Brigitte, Viva Nadia!

sabato 27 maggio 2017

"Katie" è diverso da "Katja" - Lady Macbeth del distretto di Mcensk

Anche se mi piacciono le trasposizioni cinematografiche delle opere letterarie spesso provo un senso di fastidio quando le storie vengono collocate in altri tempi e luoghi rispetto al lavoro originale.
Confesso di essere rimasta perplessa quando la Sardegna di Milena Agus in Mal di pietre è diventata Provenza nel film di
Nicole Garcia
così oggi scopro con sgomento che una delle mie novelle russe preferite è diventata un film di ambientazione anglosassone.
Si tratta di “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Nikolaj Leskov che sta per uscire come film diretto dall'inglese William Oldroyd. Così l'eroina che tanto mi aveva incuriosita e coinvolta invece di chiamarsi Ekaterina (ovvero Katja) si chiamerà Katherine.
Probabilmente sarà un bel film, deve uscire in Italia a metà giugno e purtroppo il periodo non è dei più favorevoli, tuttavia anche stavolta sono molto perplessa e vi spiego il perché.
Immagine dal film sovietico del 1989

Quando incontrai la letteratura di Leskov fu una vera rivelazione, finalmente un russo dell'Ottocento che non voleva piacere a tutti i costi ai lettori francesi, inglesi, tedeschi.
Leskov era un autore russo che trattava il suo paese in maniera completamente diversa dai suoi più famosi colleghi come Lev Tolstoj o Turgenev.
Non indugiava in malinconiche descrizioni, già allora da cartolina, degli inverni, delle betulle e delle trojke anzi, spesso le dava per scontate come se tutti noi lettori sapessimo esattamente in quali luoghi si svolgessero gli eventi.
Piuttosto evocava un senso di ineluttabilità, disperazione e devozione che solo chi ha assistito a cerimonie religiose del Credo ortodosso può capire.
Era un autore “pesante” nel concetto di “peso specifico” in cui ogni pagina anche se scorrevole era densa di significati e simboli.
Dunque chi è la Katja che viene accostata dal suo autore alla shakespeariana Lady MacBeth?
Una ragazza bella ma non bellissima piena di vita e di salute che viene data in sposa dal padre a un uomo vecchio, contadino benestante, un uomo arido, taciturno e pragmatico che prende moglie per avere una governante.
Katja si ritrova reclusa in una casa spoglia, essenziale e sappiamo quanto per le donne russe l'essenzialità sia sinonimo di miseria, anche spirituale. Comandata a bacchetta dal marito e dal suocero, ancora più arido e miserabile del figlio Katja sembra destinata a una vita mortalmente noiosa finché non incontra il giovane Sergej con il quale conoscerà l'amore e il sesso. La decisione dei due di far fuori il marito di lei è ineluttabile come lo saranno altre ancora in una escalation di cinica lotta per la sopravvivenza.
A me questa storia ha sempre fatto pensare al film “Il postino suona sempre due volte” tratto da un romanzo del 1934 dello statunitense James M. Cain. Chissà se conosceva Leskov?
Resta il fatto che a differenza di altre eroine da romanzo che soccombono al senso di colpa o alla vergogna del giudizio morale, Katja è come una tigre siberiana in gabbia, una fiera creatura che combatte con tutte le sue forze e la sua astuzia per salvarsi la pelle e l'anima. Una criminale secondo la morale ma lei direbbe che è stata legittima difesa. Una determinazione femminile che è delle donne russe quando decidono di dover sopravvivere o vivere bene ad ogni costo. Nervi e sangue selvaggi come non troviamo in Anna Karenina o in Emma Bovary.

Leskov aveva esperienza di donne che, nel loro essere spietate, erano già oltre la necessità di dipendere dall'amore e dall'approvazione maschile.
In questo senso il nome Katie non tradurrà mai pienamente quello di Katja.

lunedì 1 maggio 2017

Lavoratori, state a casa vostra.


Ogni 1°maggio io la butto sul personale e invece di sentirmi orgogliosa del mio status di lavoratore mi metto a fare il solito riepilogo di tutte le mie esperienze passate e di cosa mi sono sentita dire negli anni durante o dopo i colloqui di lavoro.
Premesso che alla mia veneranda età e con i titoli culturali e le esperienze che ho guadagno meno di uno studente che per arrotondare fa dei lavoretti,
quest'anno ripenso alla faccenda della citazione del "calcetto" da parte del ministro Poletti.
È stato il caso degli ultimi mesi e ha scatenato le ire della Rete ma nessuno si è soffermato a pensare al vero senso di quello che in maniera molto maldestra il ministro aveva voluto significare.
Passo dunque a degli esempi pratici, cose che sono accadute a me personalmente.
In Veneto, dopo un colloquio presso un'agenzia di comunicazione mi è stato detto "pane al pane" che andavo bene ed avevo tutte le caratteristiche per la posizione da occupare tranne una: non ero veneta e da queste parti per avere che fare con i clienti bisogna saper fare battute in dialetto.
Presso una piccola casa editrice mi è stato detto che andavo benissimo ma che per ricoprire quella posizione c'era un'altra persona in lizza e questa era la figlia di un assessore provinciale, quindi...
Presso uno studio di architetti in cui avrei dovuto occuparmi di contatti con la Russia, dopo avermi fatto un colloquio il sabato mattina alle nove, mi è stato detto "va benissimo ma Lei si intende di illuminotecnica?" Essendo laureata in Lingue sarebbe stato un po' difficile ma risposi che avevo imparato tante cose nella vita, avrei imparato anche due rudimenti di illuminotecnica.
Era chiaro che intendevano “rimbalzarmi” per chissà quale altra ragione. Mi congedarono dicendomi “Lei è in gamba, siamo sicuri che sentiremo parlare di Lei”.
Andando ancora più indietro nel tempo potrei elencare che "per lavorare all'università sarebbe stato meglio essere fidanzate con qualcuno che già ci lavorava" o "per lavorare in questa città XY sarebbe meglio avere un fidanzato di XY" e così via.
Questo era il calcetto di cui parlava il ministro: le relazioni, i rapporti più o meno stretti con una comunità sono quelli che ti inseriscono, nel bene e nel male, nel circolo produttivo della comunità stessa.
Lo vedo chiaro e lampante quando incontro persone che con un diploma e un po' (ma proprio poca) di buona volontà lavorano prendendo stipendi che sono il doppio del mio e sono persone nate, cresciute e sposate sempre nel loro piccolo o grande paese, nel paese in cui i genitori sono conosciuti , gli zii sono imprenditori, i fratelli e amici dei fratelli sono gente stimata.
Quindi cari signori se volete lavorare in Italia state a casa vostra e dite ai vostri genitori di buttarsi in politica, mal che vada un posto da contabile o da segretaria non ve lo toglie nessuno.
Buon 1° maggio a tutti/e.

mercoledì 18 gennaio 2017

Tornerete



Ormai lo predicano anche i sassi che mi faccio vanto del mio essere abruzzese anche se, in fin dei conti ho abitato lì per meno anni rispetto ad altri luoghi ma quella è casa mia e sempre lo sarà.
Ora è dura, durissima, neve e gelo ed esondazioni e terremoto insieme. Ci sarebbe da scappare, chiunque si produrrebbe in mille gesti scaramantici piuttosto che pensare di "andare là". Invece io sono convinta che tornerete sulle nostre coste così accoglienti con i bambini e gli anziani, che tornerete a fare passeggiate in montagna, sulle nostre montagne più antiche e misteriose delle belle Alpi.
Tornerete a mangiare i fritti e le olive all'ascolana, a bere il rosso Piceno, il Trebbiano d'Abruzzo. Tornerete perché tornerà il sole, il vento profumato di pini dal mare, il canto dei ruscelli e dei fiumi torneranno. Il boato della terra si trasformerà in grano dorato e fichi succosi. Tornerete perché i vostri cuori, una volta passati da noi non se ne andranno "nemmeno se li sparano".

lunedì 3 ottobre 2016

Ferrante, chi era costei?

Per più di duemila anni si è vissuto studiando e declamando l'Iliade e l'Odissea senza che conoscessimo la vera identità di Omero (era uno, erano tanti, boh?). In quanto alla saga di re Artù il fatto che non si sappia chi l'abbia tramandata non ha impedito di crearne il mito, i film e il merchandising.
Shakespeare poi era davvero l'autore di tutte quelle belle storie o aveva un ghost-writer? E Marlowe era veramente un agente segreto undercover?
Veramente il romanzo "Resurrezione" di Tolstoj narra una vicenda autobiografica relativa agli anni giovanili del grande romanziere? Davvero aveva sedotto e abbandonato una poveretta prima di partire militare?
Il canto della schiera di Igor' è attribuito a un tale Bojan, detto anche l'Omero russo e come questo altrettanto misterioso, ciò non ha impedito al mio caro professore Edgardo T. Saronne di farne una traduzione memorabile.
Tutta questa premessa per dirvi che a me, in quanto lettrice, di conoscere la vera identità di Elena Ferrante non interessa proprio. Semmai è un problema suo.
Sì, perché se per pudore o per opportunità la persona che ha scritto ha preferito celarsi dietro a uno pseudonimo la questione riguarda solo lei.
Ci sono tanti motivi per farlo: nei romanzi si parla di fatti molto personali che coinvolgono gente ancora viva, si vanno a toccare corde profonde che ci fanno star male, non si vuole far sapere al proprio vicino di casa o ai parenti di aver aumentato considerevolmente le proprie entrate...
D'altro canto ci sarebbero anche molte ragioni per strombazzare a destra e a manca di essere "proprio io quella lì".
Il caso vuole che io (me medesima) abbia pubblicato un romanzo con la stessa casa editrice, la gloriosa E/O che stimo e apprezzo da più di un ventennio per aver tradotto autori dell'est Europa di cui, una volta letti i nomi, ve ne sareste già dimenticati.
Personalmente quando faccio qualcosa voglio che mi venga riconosciuta e voglio essere riconosciuta. Non vedo l'ora, semmai accadrà, di essere blandita e corteggiata dagli "addetti ai lavori", lo farei per il mio ego e perché lo troverei un giusto risarcimento per i torti ricevuti (torti che forse ognuno di noi può annotare nel suo diario) per tutte quelle volte che qualcuno si è appropriato di una mia idea e della mia fatica, per tutti quelli ai quali ho dovuto immeritatamente cedere il posto.
Non siamo tutti uguali però e c'è chi non ha bisogno del successo per ottenere una rivincita sulla vita. A qualcuno come alla Ferrante basta continuare come sempre avendo dei soldi in più, molti, sul suo conto in banca per fare ciò che più le piace e che forse non è nemmeno scrivere.
Si dice che all'inizio avesse fatto la scelta di mandare i suoi romanzi nel mondo senza che venissero offuscati dal peso dell'autore. Sono perplessa, a quel tempo non era certo Roland Barthes e nemmeno la Rowling.
Tuttavia questa volontà legittima e onesta le si è rivoltata contro e oggi è proprio il mistero sulla sua identità a "impallare" i romanzi della Ferrante.
Prima viene la caccia all'uomo e solo in seconda battuta le opere.
Mi chiedo se non fosse stato meglio per lei adattarsi alla fatica di presenziare a qualche cocktail e stringere mani, far parte di una prestigiosa giuria e sorbirsi file di aspiranti scrittori in cerca di consigli e raccomandazioni per poi diventare una donna scrittrice qualunque.
Invece no, ha preferito diventare "l'enigma Ferrante" e tutto sommato mi sa che ci ha azzeccato.

lunedì 4 aprile 2016

Re Giorgio

«Il progresso tecnologico degli ultimi anni ci mette a disposizione alternative valide che rendono le pratiche sugli animali una crudeltà non necessaria. La mia azienda farà un grosso passo avanti e rispecchierà la nostra attenzione per tematiche importanti, come la protezione e la cura dell’ambiente e degli animali». (Giorgio Armani)

domenica 13 marzo 2016

Il Blu sopra Bologna

Io Bologna la conosco bene. 
Ci ho studiato e vissuto per circa 11 anni. 
Ho trascorso lì tutti gli anni '90 e da lì ho salutato l'arrivo del nuovo millennio, il che equivale a dire che ho messo piede nell'ateneo bolognese ("felsineo"come direbbero i dotti) contemporaneamente alla "pantera".
Quindi non potrete pensare che io non conosca la disobbedienza alle istituzioni. 
I centri sociali di allora erano Livello 57, l'Isola del Kantiere, solo in seconda battuta il Link. E poi tanti altri posti sparsi tra città e periferia che non avevano un nome o che non ricordo.
A quel tempo la street art in Italia era considerata molto "street" e poco "art". 
Il massimo che si poteva vedere in giro a Bologna era qualche tentativo da parte di writers piuttosto maldestri, le pareti della sede del DAMS in Via Guerrazzi, la Ivan Ilich e le ochette di Pea Brain che chi ha la mia età ricorderà bene.


Ho fatto e ho visto a Bologna tutto quello che c'era da fare e da vedere e qui mi fermo.

Dopo questa breve nota biografica credo di essermi presentata a voi, lettori, con un minimo di "autorevolezza" riguardo l'argomento del giorno: l'azione di Blu contro i suoi stessi murales. Per chi è troppo pigro per aprire il link alla notizia dirò brevemente che l'artista Blu, dopo aver realizzato molte bellissime opere di street art a Bologna ha deciso in questi giorni di cancellarle lui stesso con una mano di grigio come forma di protesta verso le istituzioni cittadine che intendono appropriarsi di quelle e altre opere al fine di allestire un museo.

I punti fondamentali della questione, nella mia modesta opinione, sono questi:

domenica 9 novembre 2014

25 meno 10

Io, più che pensare che è il venticinquennale della caduta del muro di Berlino, penso che son passati quindici anni da quando uscì un fantastico volume dedicato all'arte dell'URSS pubblicato da Bruno Mondadori editore e Galleria d'arte 56 con cui all'epoca collaboravo.
Il tomo aveva come filo conduttore la storia del cinema sovietico attraverso i manifesti e le affiches realizzate da grandi artisti grafici dagli anni '50 alla fine degli anni '80.
Allora, nel biglietto d'invito alla mostra "L'arte dell'URSS- Cinema" venne scritto "in occasione del decennale della caduta del muro di Berlino".
Per l'inaugurazione mi comprai un twin set nero che ha fatto la sua parte per molti anni ancora da quella volta e una parure ciondolo e orecchini in argento e pietra di luna che ancora oggi indosso spesso e volentieri.
Ricordo che mi sembrava di essere sulla strada giusta affinché collimassero le mie competenze con le aspirazioni e i desideri: stavo mettendo in pratica ciò che sapevo in un ambito che mi piaceva e mi interessava. In più vedevo stringersi la mano, quella volta a Bologna, figure di rilievo delle arti visive che prima non avevano mai collaborato e un po' mi pareva fosse anche merito mio.
A dieci anni dallo smantellamento di quel muro, io ero al culmine delle aspettative e non avevo nemmeno trent'anni. Poi il mondo ha preso un'altra direzione e anche io.
L'esperienza è rimasta e anche il know-how che si è ulteriormente affinato anche se è un po' liso, come il twin set che alla fine è andato nel cesto della Caritas.
E resto così "
всегда готов!" [Sempre pronto].

domenica 15 gennaio 2012

Stiamo calmi

Querelle che ha il sapore di antiche disquisizioni rococò ma che indica che qualcosa sta cambiando nel mondo della comunicazione della moda.
Vi indirizzo al link di PFG style, qui di fianco tra i preferiti.
Intanto potete gustare i bellissimi video di Louboutin, in particolare quello di Eva Ionesco.
Qui:
http://www.christianlouboutin.com/#/loubi_s_videos