venerdì 20 dicembre 2019

Liberty



Ogni volta che arriva un nuovo romanzo di Marco Lux per me è una festa.
Una parentesi di soave gusto e divertimento che riesce a mettermi in pace col mondo, almeno con quello che io ritengo sia il mio mondo fatto di buona musica, arte, generosità e soprattutto libertà.
Come sempre leggendo una sua opera si impara qualcosa e questa è una caratteristica che lo accomuna ad altri autori da me amatissimi che si producono nella letteratura considerata "di genere" e che io ritengo dei veri maestri di vita e cultura.
I contesti nei quali si snodano le vicende ideate da Marco Lucetti (in arte Lux) sono studiati con cura in ogni dettaglio: dall'aspetto storico a quello della quotidianità e sono ormai un suo tratto distintivo.
Il titolo "Liberty" è un omaggio allo stile decorativo e architettonico che caratterizzò la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, un'esplosione di bellezza attraverso colori gioiosi e forme sinuose, un ultimo respiro di joie de vivre prima che l'Europa fosse devastata dalla Grande Guerra e dall'avvento dei regimi totalitari.
Villa Iris, dove si svolge gran parte del romanzo, si trova a Laveno sul Lago Maggiore ed è un esempio trionfale di questo stile, una summa di tutto ciò che di importante venne prodotto in quegli anni, dall'edificio fino alla tazzina da caffè. Ambìto oggetto di studi da parte di accademici.
Le porte della villa tuttavia si aprono solo per il professor Giorgio Colombo e il suo assistente il dottor Milo Molinari grazie a un sentimento di stima reciproca che lega il professore alle proprietarie, le sorelle Beatrice e Belinda Castiglioni, nipoti del conte Olmo Castiglioni che, agli inizi del XX secolo, aveva commissionato la realizzazione della dimora all'architetto napoletano Alessandro Pirozzi.
Per i due studiosi si tratta di un vero scrigno di tesori, un paese dei balocchi magico e suggestivo, il coronamento di anni di ricerche.
Vengono accolti dalle Castiglioni come non usava più da tempo, con una affabile formalità segno del loro rango e della loro scelta di vita.
Le BiBi, come vengono chiamate confidenzialmente, non amano il mondo esterno, non hanno la televisione e passano le serate facendosi deliziare dal pianoforte suonato magistralmente dal loro bellissimo nipote Pierpaolo, rimasto orfano in tenera età e figlio del loro fratello minore Rodolfo scomparso appena ventottenne.
Pier, schivo e silenzioso, sembra uscito da un'illustrazione di Dante Gabriel Rossetti o di Aubrey Beardsley. Per Milo, gay e amante del calcio, è un vero colpo di fulmine, un altro dei motivi che renderanno la sua permanenza a Villa Iris ancora più piacevole.
Siamo alla fine degli anni '80, il parallelismo con quella che, da chi l'ha vissuta, è considerata una successiva
Belle epoque non è un caso. I protagonisti vivono a Milano,  città in fermento artistico, frequentata da Keith Haring e sognata da Versace (Gianni ovviamente). Di lì a poco, con gli anni '90, tutto cambierà: la crisi del governo Craxi, Tangentopoli, Mani pulite, e il Grunge che spodesterà con i suoi stracci il New Romantic.
Dietro alle accurate acconciature e agli abiti Schiaparelli delle attempate gemelle si celano dei misteri che emergeranno anche grazie alle ricerche di Giorgio e Milo e che costituiranno il filo “detective” che ci tiene incollati alle pagine del romanzo.
Le citazioni storiche sono molte e ben approfondite e i rimandi al cinema e alla letteratura numerosi, strappano un sorriso quando li ritroviamo: da “Le sorelle Materassi” a “Che fine ha fatto Baby Jane?”, da “Misery non deve morire” a “Profondo rosso”. Una cultura pop di livello che non può che impreziosire il racconto di cui non svelo altro per non rovinarne il pathos.
La musica ha un ruolo importantissimo in questo testo; tanti i brani e gli autori citati, motivo per cui il libro è ulteriormente impreziosito da una selezione musicale operata dall'artista Otto Kinder che ha mixato sapientemente brani di grande atmosfera con interventi di musica elettronica come a cucire due lembi di epoche distanti ma non molto differenti.
Un applauso e, da parte mia, una riverenza a Marco Lux per averci regalato ancora tanta bellezza.


venerdì 5 luglio 2019

Almeno la cravatta - gli outfit del Premio Strega 2019


Spesso mi diverto a fare la parte di quella cui si indica la luna e guarda il dito.
Del dito in questione però osservo tutti gli aspetti: se è dritto, storto o se l'unghia è rosicchiata.

Ieri sera ho seguito la finale del Premio Strega che, come al solito, aveva il suo vincitore annunciato e allora mi sono concentrata sugli outfit dei finalisti.
Inutile dire che le signore sono più attente, curate ed esprimono maggiormente la loro personalità attraverso la scelta dell'abito.
Cibrario, Durastanti e Terranova hanno tutte optato per delle luminose nuances di blu.
Cibrario si presenta con un tubino bluette e orecchini gialli, le linee dell'abito sono enfatizzate da una lavorazione a taglio vivo che però è da un pezzo che è fuori moda.
Sarebbe stata una scelta adatta a un cocktail pomeridiano ma non a una serata nella quale c'è la possibilità che tu vinca il prestigioso premio.


Cibrario
Durastanti e Terranova in lungo. In particolare Durastanti opta per un tessuto glitter multicolor adatto alla sua fisicità e all'età. Bene il makeup per tutte e la scelta di un rossetto carico. Non mi piacciono le acconciature, i capelli curati e lucidi sì ma questo lungo sciolto, finto spettinato ha fatto il suo tempo. Qualcuna avrebbe potuto "osare" un raccolto che evocasse lo stile etrusco della famosa location.

Durastanti

Terranova
Gli uomini non hanno trovato di meglio che indossare una camicia bianca, senza cravatta. In quanto alle giacche, sia quella di Missiroli sia quella di Scurati sono di un tessuto informale, probabilmente un misto cotone-lino che sicuramente le rende fresche ma non adatte all'occasione in tarda sera. La giacca di Scurati poi ha un effetto visivo melange che va bene di giorno, un urban style da lavoro, non da occasione.

Missiroli

Scurati

Scurati

La camicia aperta va bene se ti fermi a mangiare un gelato sul lungomare ma di certo non se sei finalista al Premio Strega. Scurati almeno mi pare abbia fatto una puntata dal barbiere per aggiustare capelli e baffi. Missiroli, no. Se sì, non si vedeva.
Signori scrittori, a meno che non siate a bere un thè nel deserto, lasciate perdere la camicia aperta. Mi direte "ma fa caldo" o "è dal pomeriggio che stavamo là". Non fa niente. Bisogna fare un piccolo sacrificio per un evento che può cambiarvi la vita.
Non è bello vedere il presentatore (nel caso specifico il sempre elegante Pino Strabioli) in smoking con papillon che intervista uno scrittore sciatto e stropicciato.

Andando a ritroso nelle edizioni passate ho trovato qualche uomo che aveva capito la situazione. Uno di questi è Nicola Lagioia, ricorda lo stile de "Le iene" ma almeno lavato e stirato.

Lagioia
E voi? Quali sono secondo voi gli scrittori o le scrittrici più dandy?


venerdì 8 febbraio 2019

Argento vivo è Hg (mercurio)

Charlie don't surf - Maurizio Cattelan

Caro Daniele Silvestri, apprezzo il tuo lavoro e ritengo tu sia uno dei cantautori più illuminati della mia generazione. Fine della captatio benevolentiae.
La tua ultima canzone "Argento vivo" mi ha scosso molto e forse era quello che volevi ottenere: scuotere. Mi addolora pensare che si parli della scuola, sebbene dal punto di vista di un sedicenne, come di un carcere perché io in quel carcere ci lavoro e ci perdo la salute ogni giorno per fare sì che non sia quello schifo nel quale a me e a molti della mia generazione, come te, è toccato studiare e trascorrere i migliori anni della nostra vita.

Non starò qui a fare l'elenco delle mie vicissitudini scolastiche dalle elementari perché altrimenti dovrei scrivere un romanzo, mi limiterò agli ultimi anni di liceo.
Quel poco che ho imparato alle scuole superiori, durante il primo biennio, lo devo solo a un bravo insegnante di lettere, un bolognese trapiantato nelle Marche e a uno stuolo di poveri supplenti (come sono io oggi) che hanno profuso passione e amore in ciò che facevano.
Dal terzo anno in poi è stato un inferno di noia, frustrazione e umiliazioni.
La professoressa di Italiano e Latino, una donna sola e piena di rancore, non faceva che leggere in classe quello che era scritto sull'antologia intervallando con alcune considerazioni di critici letterari di cui trascriveva il pensiero su pizzini volanti. Se le dicevi che era bella e stava bene con il tale vestito avevi l'8 assicurato. Io non sono mai stata così audace da far complimenti spudorati a persone autorevoli.
La professoressa di Matematica si preoccupava più di "raddrizzare" gli studenti che di spiegare e io non ricordo un solo teorema che sia stato spiegato da lei, non uno.
Il professore di Storia e Filosofia non si sprecava nemmeno a leggere, lui faceva leggere a turno i compagni seduti ai primi banchi e ogni tanto interrompeva con un asciutto "avete capito?" Di quelli seduti dal secondo banco in poi non ricordava nemmeno i nomi.
Anni così, di noia, solitudine, di ingiustizia osservata e subita da parte di chi non voleva o non sapeva dare spiegazioni ma metteva i voti o ti giudicava per il tuo pensiero od orientamento politico, poiché allora anche i sedicenni avevano un orientamento politico.
Mi alzavo alle sei per prendere la corriera e raggiungere quella città di provincia dove c'era il mio liceo. Facevo quello che dovevo e non ho mai fatto spendere ai miei genitori i soldi nemmeno per un'ora di ripetizioni. Sempre promossa, con fatica e a denti serrati perché avevo uno scopo: finire e andarmene da quel posto, da quell'ambiente, andare altrove dove sarei stata libera di studiare come volevo, con chi volevo e di uscire e andare ai cortei, alle manifestazioni per costruire una scuola più giusta, una società più giusta.
Sì, io avevo l'argento vivo addosso.
Il tuo rancoroso sedicenne no, per quello si può parlare solo di mercurio (lo so, è la stessa cosa). Oggi noi insegnanti facciamo di tutto per andare incontro alle loro esigenze, prepariamo verifiche in tre versioni diverse nelle quali includiamo i BES, i DSA, i “legge 104”. Spieghiamo e rispieghiamo fino allo sfinimento, io personalmente passo tra i banchi e aiuto i ragazzi uno ad uno.
Spesso in cambio riceviamo solo “casino” e bottigliette d'acqua che volano e ci sfiorano la testa. Qualche “buongiorno” detto con sincerità quando va bene.
È la scuola dell'obbligo, è vero ma è un obbligo che abbiamo assolto tutti e, credimi, caro Silvestri nessuno si sogna di arginare la vitalità di questi ragazzi, quando c'è, ma facciamo corsi su corsi e autocritica a ogni consiglio di classe per capire cosa possiamo fare NOI insegnanti affinché si possa agevolare il più possibile il loro percorso formativo.
Nessuno li offende, nessuno li giudica, nessuno li ignora. L'argento vivo non siamo noi ad appannarlo ma forse le famiglie o loro stessi e sai perché?
Perché non hanno il desiderio di fuggire, stanno bene dove sono, nelle loro case spesso vuote dove dormono, mangiano, giocano, scopano quando e come vogliono, senza chiedersi cosa renda possibile tutto ciò.
Vuoi sapere come i ragazzi trattano le ragazze? Non ti piacerebbe saperlo e non ti piacerebbe nemmeno sapere a cosa e come applicano quel poco di energia animale che hanno. Eppure vogliamo bene loro e per loro ci saremo sempre, noi insegnanti e carcerieri, secondo la tua canzone.
Ne vuoi sapere un'altra? A sedici anni finisce l'obbligo scolastico. Il tuo rancoroso adolescente ha scontato la pena e può tornare a buttarsi sul divano senza che nessuno di noi lo infastidisca oltre.


venerdì 23 novembre 2018

Bacchette o forchette? - sul caso D&G in Cina




Chi si occupa di linguistica e di comunicazione sa benissimo che gli stereotipi non sono sempre cose negative ma possono invece diventare degli utili strumenti per la comprensione della mentalità di una lingua o di Paese straniero.
Se noi italiani troviamo giustamente offensivo essere additati come "tutti mafiosi", credo invece che nessuno possa offendersi per l'associazione Italia= Pizza che è una delle ricette più diffuse e amate al mondo.
Il caso #DolceandGabbana è probabilmente esploso a causa di una serie di cattive interpretazioni inerenti l'uso della lingua e degli stereotipi.
Non posso credere infatti che i cinesi si siano offesi per le ambientazioni tradizionali (alle quali tengono molto e per le quali sono riconoscibili) come le lanterne di carta e il colore rosso. Io, fossi cinese, ne sarei fiera. Il rosso è simbolo di potenza, vita e rivoluzione e se viene usato per l'oggettistica cheap lo è anche per le stupende lacche cinesi d'epoca che sono preziose e costosissime.
No, che si siano offesi per questo proprio non lo credo.
Vero è che se fossi stata la responsabile della comunicazione di D&G o il creativo dell'agenzia che ha ideato gli spot avrei agito diversamente.
Avrei confuso gli stereotipi e ribaltato il pensiero comune occidentale dal punto di vista di un orientale. Come?
Così: - una coppia di giovani cinesi entra in un ristorante italiano in Cina. Loro sono molto divertititi nell'osservare il locale arredato con gusto kitsch, i murales un po' naif che rappresentano Venezia e Napoli e la voce di Andrea Bocelli in sottofondo. Insomma fanno quello che facciamo noi italiani quando entriamo in un ristorante cinese.
- il cameriere è un orientale vestito da "italiano" e prende le ordinazioni. I due si guardano perplessi.
- il cameriere torna e porta a tavola le posate, tra cui la forchetta.
- I ragazzi guardano la forchetta preoccupati ma nessuno dei due vuol far capire all'altro che non sa come si usa. (Come facciamo noi italiani nei ristoranti orientali).
- Il cameriere porta ai due giovani due bei piatti di spaghetti pomodoro e basilico e augura buon appetito in un italiano stentato.
- I ragazzi prendono la forchetta e dopo un paio di maldestri tentativi chiamano il cameriere che ritorna munito di bacchette.
I due si sorridono e finalmente possono gustare il piatto italiano.
Ecco, io l'avrei fatta così. Ci saremmo presi in giro entrambi e avremmo anche ispirato una certa simpatia nella condivisione della piccole difficoltà della vita che tutti noi Europei, Italiani, Cinesi incontriamo e affrontiamo con un sorriso.
p.s.
Scusate ma non ho tempo per uno storyboard fatto come si deve. Se D&G mi vogliono per le prossime campagne internazionali mi troveranno qui, sono la signora Carlomagno.



martedì 30 ottobre 2018

La terra dei sussurri - romanzo

Immagine da culturacolectiva.com/historia/leyenda-de-la-flor-de-cempasuchil/


Da un po' di tempo leggo con sempre maggior curiosità e soddisfazione libri di persone che conosco, in senso più o meno stretto.È il caso di Laura Frassetto alla quale non ho avuto ancora il piacere di stringere la mano ma con cui, nel vasto mondo dei social, ci siamo scambiate commenti, osservazioni e opinioni su quel pazzo pazzo mondo che è l'editoria.Fresco di stampa, il suo "La terra dei sussurri" mi ha tenuta inchiodata alle pagine per due giorni - in questo caso la chiusura delle scuole a causa del maltempo è caduta come il cacio sui maccheroni o sulle tortillas – è il caso di dire.
Frassetto esordisce con un editore di qualità come Elliot e già da ora mi auguro che possa percorrere strade costellate di riconoscimenti e soddisfazioni.
Ma veniamo al romanzo.
La vicenda in sé è quella di una "quest" ,una ricerca, il più classico dei motivi scatenanti di una grande narrazione a cominciare dal santo Graal.
Dei giovani belli e intelligenti, dai vari talenti più o meno nascosti, decidono di andare in Messico alla ricerca della loro amica Vanessa là scomparsa circa un anno prima.Il gruppo è così composto: Yatzil (che si fa chiamare Jey e che guiderà gli altri pur spostandosi per lavoro in varie parti del mondo) e Citlali gemelle italo messicane di una bellezza sconcertante e di grandi capacità intellettive, due fate insomma; Nirvana il fascinoso e paziente cugino messicano delle due e Pier, biondo torinese aspirante ingegnere, fidanzato di Citlali (detta Lali).
In questo gruppo la nota stonata sembra essere proprio Vanessa, la scomparsa. Una ragazza dai capelli rossi, goffa e solitaria, studentessa sovrappeso che si sente una farfalla schiacciata dal peso del suo corpo, dalla solitudine dei figli unici, dalle aspettative e dalle ansie - giustificate - dei genitori. Fino a un certo punto riesce a "sollevarsi da terra" perché fa breccia nel cuore di Lali che le è sinceramente e disperatamente amica fin dai tempi delle medie.
Lali, pur senza allontanarsi dalla gemella, diventa per Vanessa una sorella e le trasmette la curiosità e l'amore per i viaggi e il Messico tanto che insieme, dopo la maturità, vanno in un posto favoloso dove volontari da tutto il mondo organizzano campi per proteggere le piccole tartarughe marine alla schiusa delle uova.A un certo punto però Vanessa raggiunge una certa autonomia, forte anche dei suoi studi in ingegneria nei quali ripone la fiducia assoluta che le apriranno le finestre del mondo. Impara bene lo spagnolo e torna in Messico da sola per poi scomparire.
A questo punto non vi svelerò altro della storia ma preferisco soffermarmi sulle scelte di stile e su alcuni riferimenti.
La trama è sviluppata secondo una tecnica "alla Rashomon": a parlare in prima persona si alternano i "cercatori" e anche Vanessa, punto di vista multiplo che riesce comunque a mantenere un ritmo appassionante.
Il filo che ci conduce alla fine è quello sottile e ben ritorto della detective story ma, e questa è la parte che preferisco, adoro leggere romanzi che nel frattempo mi insegnano qualcosa e in questa narrazione dai tratti talvolta picareschi (e come potrebbe essere diversamente) si impara qualcosa di quella dimensione complessa e composita che è il Messico di oggi ancora saldamente intrecciato a quello di ieri.

Così ritroviamo i colori di Frida Kahlo musica di gruppi pop, le canzoni della tradizione, una tormentata e al tempo stesso spensierata vita quotidiana che si nutre di fatalismo nei confronti del destino che si vorrebbe ignoto e che invece, il più delle volte, si conosce fin troppo bene.Una nota in particolare per la digressione su el Dìa de Muertos (i nostri cercatori arrivano in Messico in prossimità di Ognissanti) e sulle tradizioni ad esso collegate (come non ricordare il film Coco).
 Se noi abbiamo i crisantemi per onorare i nostri defunti, loro hanno i cempasuchil.
In Messico anche i fiori dei morti profumano.



domenica 19 agosto 2018

Ah dottò, che ve serve?




Il cinema italiano degli anni '50 e '60 ci aveva già spiegato tutto da "La famiglia Passaguai" a "I mostri" passando per "Il conte Max", la commedia all'italiana attraverso le maschere interpretate da grandi attori come Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Nino Manfredi, Alberto Sordi..., ci aveva già detto cosa era e cosa sarebbe stata l'Italia.
Abbiamo creduto tutti che fosse solo commedia e che Totò e Gassman stavano lì per farci ridere, per farci passare un'ora e mezza spensierati.
Questo è il problema; eravamo (anzi eravate) tutti spensierati davanti a quelle storie in bianco e nero quando invece avreste dovuto accendere il cervello e aprire bene occhi e orecchie.
I vari "Dottò", "Cummenda", gli "Onorevole Trombetta" e i "dottor Tersilli" erano la nostra classe dirigente e lo sarebbero sempre stata.
Parliamo delle infrastrutture che crollano e non ci ricordiamo dell'Italia tutta condonata tra gli anni '70 e '80, dell'abusivismo che diventa legale se paghi l'obolo al Comune/Assessore.
Ve lo ricordate "Er monnezza" (ovvero l'ispettore - e sottolineo "ispettore"- Nico Giraldi) in un film in cui costruisce una casa abusiva di cui nottetempo si affretta a fare il tetto così che non possa essere abbattuta – per legge?
Io me lo ricordo e mi ricordo che non ci trovai niente da ridere perché è così che tanti di noi (voi) si ritrovano una casa, magari nel letto di un fiume (come l'Aniene in quel caso) o sulle pendici di un vulcano o su una costa marina a rischio idrogeologico.
Quanti proprietari di case hanno "rialzato" un piano perché il figlio aveva messo incinta la fidanzata e dovevano farlo sposare? Quanti di voi sono i figli "del piano rialzato" e poi condonato?
Negli anni della mia infanzia – gli anni '70/80 - ero piccola ma molto in grado di intendere e ricordo che nei paesi d'Abruzzo di mia frequentazione quando c'erano dei lavori pubblici: strade, ponti, argini, le prime cose che si organizzavano erano la distribuzione di sacchetti di cemento e materiali edili vari (comprati con soldi pubblici) per questo o quel funzionario che doveva farsi un muretto nell'orto o il garage o la rimessa degli attrezzi o la villetta.
Tanta mano d'opera "statale" o dell'ANAS veniva dirottata a casa di primari, marescialli, sindaci e quindi i lavori per rimettere a posto una strada duravano il doppio del tempo necessario. E il cemento mancante? A volte sostituito da breccia, a volte ricomprato (e poi ci chiedevamo perché i costi degli appalti aumentassero dopo l'inizio dei lavori).
Immaginate in questi decenni quanti sacchetti, ferri, mattoni, piastrelle, sampietrini e mano d'opera sono finiti nella casa/villa di dirigenti e impiegati, alti o bassi, di ogni ordine e grado.
Quanta roba e quanta attenzione e tempo pubblico ci siamo (vi siete) fregati?
Adesso neanche un esercito di alieni con menti superiori sarebbe in grado di ricostruire i milioni di rivoli in cui "il bene pubblico" è andato a finire: "questa 'ndo jaha metto dottò?"
I piloni non tengono? Le strade crollano? Inutile cercare un nome che faccia da capro espiatorio; i nomi li sappiamo già: "Dottò", "Cummenda", "Onorevole Trombetta", "dottor Tersilli"...

domenica 3 giugno 2018

Siedo e sospiro - rinascita del noir colto


Gioco a carte scoperte dicendo subito che conosco personalmente l'autore del romanzo di cui vi sto per parlare. Ciò non significa che io stia facendo un favore a un amico.
Chi mi conosce sa che non recensisco tutti i lavori delle persone con cui ho dei contatti diretti perché se qualcosa non è nelle mie corde preferisco affidarmi a "un bel tacer".
"Siedo e sospiro" è l'ultimo romanzo di Marco Lux, un testo che mi ha tenuta incollata alle pagine per due giorni, uno dei pochissimi casi in cui ci si potrebbe tranquillamente dimenticare di mangiare e dormire pur di arrivare alla fine.
Si tratta di un noir con molti riferimenti colti e una vena ben esposta di indagine antropologica. Detto così sembrerebbe un testo complesso invece possiede un ritmo e un amalgama tali da trasmettere suspense e freschezza al tempo stesso come non succede più per tanti autori blasonati, forse ormai stanchi di procedere a scadenze determinate dal mercato editoriale più che dall'ispirazione narrativa.
Ma torniamo al romanzo. Il protagonista è Sandro, un giovane insegnante di Livorno che si ritrova a coprire una supplenza di 40 giorni sull'Isola d'Elba.
Ospite nella casa delle vacanze di un'amica, cerca di ambientarsi nella vita isolana che lo accoglie con cieli grigi e aria fresca nonostante sia già il mese di maggio. Succede, maggio può essere già estate o una coda incostante della primavera. Una mattina, guardando fuori dalla finestra nota che un postino/corriere sta suonando alla porta della sua dirimpettaia, l'anziana Corinna che vive da sola con le sue gatte. Scoprirà il giorno seguente con sgomento che la donna è stata assassinata dopo essere stata violentata e che forse l'assassino è proprio l'uomo che lui ha visto di spalle. La notizia è sconvolgente ed inizia il "circo mediatico" che va da "Quarto grado" a "Chi l'ha visto" e anche Sandro, suo malgrado, finisce per diventare una specie di celebrità: "il testimone oculare".
Ormai sull'Elba si parla del killer delle vecchiette e purtroppo Corinna non sarà l'unica vittima.
La vicenda legata all'indagine è solo un livello del romanzo perché ovviamente l'isola è una grande protagonista coi suoi luoghi, i suoi umori, la sua gente. Poi ci sono i richiami letterari ed artistici legati al programma ministeriale che Sandro deve svolgere al liceo: i poeti preromantici e romantici e un bel progetto interdisciplinare con il suo collega di inglese.
Sandro cerca di mantenere una sorta di equilibrio nonostante la dose massiccia di emozioni e tensioni e per farlo tenta di costruirsi un routine sentimentale e sessuale. Su Grindr trova Mario, un giovane locale simpatico e molto attraente, che lo introdurrà nell'ambiente gay dell'Elba, più paludato e discreto rispetto a quello delle città della costa. Di qui una galleria di personaggi che, pur se comprimari in questa storia, emergono a tutto tondo nei loro pregi e nei loro difetti con la musica, il sentimentalismo e il cinismo a prevalere alternativamente l'uno sull'altro.
Un romanzo in cui c'è tutto: mondo narrativo, thriller, ironia, malinconia, costruzione dei personaggi, riferimenti culturali e popolari, contemporaneità.
Lo consiglio vivamente. Ecco, lo potete trovare su lulu.com
http://www.lulu.com/shop/marco-lux/siedo-e-sospiro/paperback/product-23659552.html

Vi garantisco che l' "on demand" nel caso di Marco Lux è una scelta di libertà e non un ripiego rispetto all'editoria "tradizionale" alla quale farebbe un gran bene accaparrarsi un autore di questo livello.

mercoledì 14 febbraio 2018

Io, la schwa e l'arminuta

Immagine da Pinterest

Sto scrivendo un nuovo romanzo e nel testo mi trovo alle prese con la traslitterazione di dialoghi in dialetto abruzzese, in realtà del dialetto di una specifica parte dell'Abruzzo al confine con le Marche.
Chi si è occupato di dialettologia sa benissimo che è difficile definire le aree di un dialetto proprio perché, essendo principalmente deputato alla lingua parlata, non possiede una norma né morfologica né lessicale, tanto meno fonetica.
Questo è il principio secondo il quale non si può parlare di dialetti in termini di “lingue” proprio perché non esiste per ciascuno di loro una versione normata.
Questa passa di solito dal testo scritto ed è il motivo per cui esiste un italiano standard che è derivato per massima parte dall'italiano letterario.
Ora, negli ultimi tempi si è dato sempre più spazio ai dialetti nella letteratura, un po' per rendere più realistico il contesto, un po' perché il lettore è disabituato alla lingua letteraria dell'Ottocento.
La modernità in letteratura passa anche attraverso l'uso del dialetto e dei suoi colori, tutto ciò è lodevole, sono la prima ad affermare questa necessità.
Ovviamente però non deve andare a detrimento della comprensione del testo stesso e quindi ci si trova a dover affrontare dei compromessi tra il dialetto e l'italiano.
Un caso esemplare è Andrea Camilleri che ha insegnato ai suoi lettori a capire, non il dialetto siciliano di “Girgenti” sia chiaro, ma quella lingua particolare che l'autore usa. Per molti di noi è ormai evidente il significato di termini come “cataminare”, “tambasiare” e “cabasisi”.
Il lavoro di Camilleri però riguarda più il lessico che la fonetica, si tratta di un compromesso in cui parole dialettali vengono lette e pronunciate mentalmente secondo le regole dell'italiano.
Il malfunzionamento di tale compromesso è evidente invece per quanto riguarda la fonetica.
Nei dialetti, in particolare del Sud, si usa un suono che in fonetica è ben riconosciuto e trascritto con un segno specifico poiché in altre lingue normate esso esiste e non si può farne a meno.
Chi ad esempio tenta di cantare canzoni napoletane non essendo napoletano deve fare i conti con questo suono che si chiama
schwa o scevà" ed è trascritto così: ə – per chiarezza non è una “e”, non è una “o”.
Nei nostri dialetti meridionali lo troviamo spesso in fine parola, ad esempio “bell
ə” al maschile che in italiano diventa “bello”.
Si tratta di un timbro indistinto di sonorità ridotta ma esistente e fondamentale.
A oggi mi pare di capire che la risoluzione del problema delle voci dialettali

nel testo scritto sia affidata alle singole case editrici che, secondo un protocollo più o meno condiviso, tentano di restituire graficamente questi suoni creando a volte dei pasticci.
Prendo ad esempio il romanzo “L'arminuta” di Donatella Di Pietrantonio poiché di Abruzzo in letteratura c'è poco e, quando c'è, è molto italianizzato.
Con tutta l'ammirazione e la stima che posso avere per l'autrice, ho vissuto con molto fastidio l'italianizzazione di una parola in particolare.
Nel romanzo le sorelle protagoniste della vicenda parlano tra loro ma una è abituata a parlare in italiano e l'altra (quella rimasta nella famiglia povera) usa il dialetto.
Mentre leggevo mi capitava di vedere apparire l'avverbio presentativo “Ecco” pronunciato dalla sorella “povera” e non capivo il perché.
Dopo qualche pagina ho realizzato che si trattava invece di quello che io conosco come “Jecc
ə” o “Èccə” che significa “Qui” ed è probabilmente di derivazione latina “Hic”.
Deduco che l'editore abbia deciso di trasformare in quel caso la “schwa” in “o” per similitudine con “bellə” = “bello” ma non funziona.
Ho pensato anche che l'autrice o l'editor volessero far intendere che la sorella “povera” si sforzasse di parlare italiano trasformando proprio lei la “schwa” in “o” ma mi pare molto cervellotica come scelta e di sicuro non arriva al lettore finale (a meno che non sia abruzzese, con infarinatura di dialettologia o giù di lì).
In sintesi, caldeggerei l'uso e l'applicazione della “schwa” così mi caverei d'impaccio anche io con questo testo che sto scrivendo, tanto ormai con la composizione digitale non è un problema,
è lu verə?

giovedì 5 ottobre 2017

In principio era Chiara

Ghost in the shell - quello vero
Prima che i social facessero della condivisione in web un gesto semplice che si traduce in un click, c'erano programmi di sharing come Napsters ed eMule, WinMX ; prima che i cellulari diventassero delle videocamere c'erano le compatte, costosissime.
C'erano i P2P e i torrent per scaricare video e musica. C'erano i Twilight (non la saga dei vampiri). Non era ancora così diffuso Facebook, non era ancora diffuso Twitter.
Prima di ogni vittima di cyberbullismo di questi ultimi anni, c'era Chiara. Chiara da Perugia. Era il 2002 o il 2003 non ricordo bene.
Il video di Chiara (nome fittizio o forse no) minorenne che fa sesso con il suo fidanzato divenne un vero e proprio caso fra gli "addetti ai lavori", gli smanettoni che stavano connessi a quei programmi di file sharing 24 ore su 24.
Il video ebbe anche un titolo "Forza Chiara" da un'esortazione del ragazzo che era con lei. Lui pare avesse preso in prestito una videocamera e avesse convinto la ragazza a farsi filmare, lei non era affatto d'accordo, si vergognava e lui appunto le ripeteva "Forza, Chiara".
Il video amatoriale finì in Rete e una schiera di voyeur del sottobosco, fieri di essere stati in grado di trovarlo e scaricarlo come dei campioni di spionaggio internazionale, cominciarono a passarselo attraverso il P2P.
Ricordo che la ragazza fu riconosciuta soprattutto nella sua città, dove vivere per lei e per la sua famiglia divenne insopportabile. Non c'era ancora Facebook e la gente scriveva insulti non su una pagina o sotto un post ma direttamente, come da tradizione, nei cessi di scuole, bar, locali. Più semplicemente la insultava per strada.
Ricordo che ci fu una denuncia nei confronti del ragazzo che probabilmente era appena maggiorenne. Ricordo che si diceva che Chiara e la sua famiglia avevano dovuto cambiare città.
Mi auguro che oggi sia una donna, se non felice, almeno serena. Mi auguro che la sua famiglia sia una famiglia serena. Mi auguro soprattutto che ci sia.
Questo per dire che la "gente" è brutta anche senza i social e trova comunque il modo di sfogare la propria frustrazione e il proprio senso di fallimento e nullità.
Certo, i social rendono questo istinto becero ancora più facile da mettere in atto, ancora più veloce e ciò che è peggio è che, a volte, proprio la semplicità e l'immediatezza di un click fanno sì che anche chi non vorrebbe far del male lo fa perché il tempo di un "condividi" non è abbastanza per pensare.
La velocità di un click è facile come premere un grilletto soprattutto se la pistola ce l'hai già in mano.

lunedì 18 settembre 2017

Due romanzi di due verità


Nell'ultima domenica di sole di questa estate si è chiusa l'edizione 2017 di Pordenonelegge, un appuntamento che diventa di anno in anno sempre più ricco di proposte interessanti.

Sono andata all'incontro con due autrici molto note, Loredana Lipperini e Caterina Soffici, entrambe con un lavoro recente:
"L'arrivo di Saturno" di Lipperini e "Nessuno può fermarmi" di Soffici.
I romanzi delle autorevoli scrittrici sono accomunati da molti elementi fra questi il primo è la dimensione storica, seppur attraversata dalla narrazione di una "fiction", l'altro è  la ricerca approfondita e credo anche sofferta di fonti e testimonianze.
"L'arrivo di Saturno" ripercorre gli anni '70/'80, in questo caso chiamiamoli pure "gli anni di piombo", riportando alla luce la storia vera della giornalista Graziella De Palo scomparsa, ovvero uccisa, nel 1980 a Beirut mentre seguiva assieme al collega Italo Toni una pista legata al traffico d'armi in Italia e al terrorismo palestinese. 
L'ennesimo caso/mistero italiano su cui è sceso un silenzio imbarazzante.
L'autrice si concede anche una digressione filosofica sul concetto di finzione opposto alla menzogna attraverso la vicenda, stavolta inventata (il che non significa bugia) del falsario Han van Meegeren incaricato di dipingere un Giudizio Universale in un santuario in provincia di Macerata.

http://www.giunti.it/libri/narrativa/l-arrivo-di-saturno/

"Nessuno può fermarmi" invece riguarda una parte di storia italiana che è stata completamente rimossa e ha a che vedere con le comunità italiane a Londra allo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1940 al momento della dichiarazione di guerra alla "perfida Albione" da parte di Mussolini, gli italiani di Londra vennero arrestati e successivamente deportati in quanto considerati spie, delatori, collaborazionisti, nemici in casa. Esattamente come accadde coi giapponesi negli USA.
Tra queste deportazioni di italiani, molti dei quali già integrati da almeno due generazioni in Inghilterra, si aggiunse una tragedia all'altra con l'affondamento della Arandora Star, una nave diretta in Canada e piena di "nemici del Regno Unito" che fu silurata, guarda caso, proprio dai tedeschi.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/nessuno-puo-fermarmi/#descrizione

Lascio a voi lettori il piacere di scorprire gli intrecci e le verità in questi due romanzi ma vorrei aggiungere una considerazione del tutto personale, visto che sono a casa mia, nel mio blog.
Ho già preso i due romanzi, li leggerò di sicuro perché si tratta di verità alle quali sono interessata e perché le persone che cercano di raccontarle anche aiutandosi con la forma del romanzo e della "finzione" hanno tutta la mia stima. Devo confessare però che se non avessi sentito le autrici parlare del loro lavoro non so se avrei avuto la stessa voglia di leggere i loro libri. Il marketing, la promozione, per quanto io possa essere stata distratta, li avevano presentati quasi come i soliti romanzi di "sentimenti" che scrivono le donne. In particolare su quello di Lipperini hanno insistito sul "rapporto tra due amiche" (perché Lipperini ha conosciuto veramente De Palo) e io al "rapporto tra due amiche" ero già presa dalla noia. Mi dispiace e me ne scuso con l'autrice ma, cara Loredana Lipperini, lei meglio di me sa quanta carta negli ultimi tempi si è spesa su coppie di "amiche per sempre" cercando di agganciare il "fenomeno" Ferrante.
Sono inoltre convinta che se questi libri li avessero scritti degli uomini, sulle pagine di quotidiani e periodici vari le grandi firme si sarebbero sperticate in lodi per "il caso riportato alla luce" per il coraggioso lavoro di ricerca e indagine del tale giornalista o romanziere.
D'altronde, si sa, le donne amano e scrivere e leggere di sentimenti. Per fortuna ritengo che anche la Storia sia un sentimento.

giovedì 14 settembre 2017

Scampate per caso

È capitato a tutte noi il momento dell'ottundimento, della stupidità se volete.
Un momento che può durare un decennio, un anno, un mese, anche un giorno perché alle volte anche quel solo giorno può essere di troppo, può essere fatale.
Ogni volta che ci ritroviamo sgomente e incredule a leggere l'ennesimo fatto di cronaca nera che ha a che vedere con il femminicidio o lo stupro.
Ormai il lavoro per i "profiler" all'americana si fa sempre più complicato perché non ci sono parametri fissi di alcun tipo per disegnare la tipologia dell'assassino o potenziale tale. Uomini vecchi o giovani, disoccupati o professionisti affermati, nelle città o nelle campagne, dal passato difficile o dall'infanzia felicissima, amanti dello sport o pantofolai. Chiunque può diventare il nostro assassino. Se siamo ancora qui a leggere e io a scrivere vuol dire che noi non lo abbiamo incontrato, che forse non lo incontreremo mai o che lo abbiamo evitato per tempo.
Immagine da Pinterest - set di Clockwork orange
È proprio qui che entra in gioco quel sottile retropensiero che ognuna di noi, scampata per caso o per fortuna, ha: come ha potuto (la vittima) non accorgersi che quello era matto? Che quello era pericoloso? Come ha potuto non rendersene conto?
Tutte noi, scampate per caso o per "abilità", abbiamo formulato almeno una volta queste domande a noi stesse dando, seppur per un'infinitesima parte, la "colpa" di non essere fuggita in tempo alla povera vittima. Insomma il “come mai non se n'è accorta” è sempre dietro l'angolo.
Con un minimo di frequentazione o informazione per esempio sui centri antiviolenza sulle donne sarebbe più facile capire questo "come mai".
I motivi sono tanti, di tipo culturale, psicologico, antropologico, sociale, tutte sfere in cui la donna si dibatte o viene dibattuta per trovare una collocazione onorevole.
Tra questi sappiamo e scopriamo che spesso il tuo carnefice è anche il padre dei tuoi figli e non riesci a concepire che l'uomo che ha messo metà dei suoi geni nei tuoi figli amatissimi possa essere un brutale torturatore, sarebbe come pensare di loro che per metà sono come lui.
Potrebbe invece essere che tu hai avuto un padre e dei nonni meravigliosi e per te gli uomini sono quella cosa là; persone meravigliose.
Potrebbe essere invece che ti hanno gonfiato di botte fin da piccola e per te è normale prendere botte da un uomo.
La cosa più complicata poi è quella della cultura, di quello che sottilmente ci hanno inculcato anche qui nell'evoluto Occidente, ovvero che gli uomini, sotto sotto, restano sempre un po' bambini capricciosi, che non sono capaci di affrontare il dolore e le difficoltà come noi donne (che culo vero!) e che quindi vanno sostenuti e compresi, incoraggiati e soprattutto accuditi.
Noi donne ci facciamo bastare poco per passare dall'indignazione per dei comportamenti maschili sbagliati alla materna comprensione; un regalino, una parola dolce, un'occhiata da cane bastonato e tutto è perdonato, dimenticato.
Siamo bravissime a dimenticare, a “passarci sopra” come ho sentito ripetere migliaia di volte a tutte le donne della mia famiglia.
Siamo le figlie di un'educazione cattolica e tutte abbiamo una madonnina in casa che ci ricorda che bisogna accogliere e amare, comunque.
Ricordo di aver conosciuto una ragazza molto bella e giovane che aveva perduto la testa per un tipo davvero poco raccomandabile. Tutti i suoi amici e parenti sapevano che quello era un pessimo soggetto e non facevano che ripeterle di lasciarlo stare. Una volta, sfacciatamente, le chiesi cosa ci trovasse in lui e lei mi disse: “alle volte lo guardo quando siamo in camera sua mentre osserva i suoi cocoriti. È così dolce quando fa così”.
Ecco, a lei bastava vederlo come un amante degli animali per esserne completamente soggiogata in barba al fatto che la tradisse, che la trattasse male, che le chiedesse continuamente soldi per comprarsi vestiti e scarpe firmati perché lui non lavorava. Però era uno che amava i suoi pappagallini e in quei momenti "era così dolce".
Possiamo dire di questa ragazza che fosse stupida? Vi garantisco che non lo era affatto eppure... per fortuna poi è riuscita ad allontanarsi da lui.
Tutte noi qui, voi che leggete io che scrivo, almeno una volta nella vita siamo scampate a qualcuno, ammettiamolo. Spesso non lo diciamo per vergogna, per timore, perché abbiamo rimosso ma almeno una volta, anche per una sola sera, il nostro potenziale carnefice lo abbiamo incontrato. È più frequente di quanto non si creda.
Il punto è proprio questo: una donna non dovrebbe vivere come se fosse perennemente sotto il tiro di un cecchino. Gli uomini dovrebbero essere nostri amici, compagni, alleati e non qualcuno da cui guardarsi e cui avvicinarsi con cautela e dopo lunghe analisi di informazioni. Non si può vivere così per troppo tempo nemmeno in guerra, figuriamoci in “tempo di pace”.


venerdì 1 settembre 2017

Io, la Grecia e Lady D

Un Kouros di Paros

Nel 1997, tra la seconda metà d'agosto e i primi di settembre ero in giro per le Cicladi con una compagnia di amici, 
come nei migliori film vacanzieri ma senza le parolacce e le idiozie del cinema italiano degli ultimi tempi.
Fu quello il viaggio che mi fece definitivamente innamorare della Grecia dove tornai altre due volte.Spero di tornarci ancora.
Per un lungo periodo ho tenuto vicino al computer una cartolina comprata in quell'occasione 
come esortazione a me stessa a lavorare meglio e di più per potermi permettere di nuovo un viaggio così. A oggi non ci sono ancora riuscita.
Nei giorni in cui Lady D scorrazzava per l'Europa tra le braccia del suo nuovo e ultimo amore, io ero solita comprare le sigarette presso un chiosco che aveva un po' di tutto a Mykonos, o forse era Ios, non ricordo.
Mi divertivo a decifrare il greco e a capire cosa ordinare per cena e dove svoltare quando giravamo coi motorini, allora senza casco. Usavamo dei soprannomi rimasti ancorati a quel viaggio, cose come: er carota, er murena, er pancera. E vai a ridere.
Per il resto si andava di inglese, tutti i greci lì sapevano l'inglese, a parte qualche anziano.
La ragazza del chiosco teneva una piccola televisione sempre accesa e un pomeriggio mi disse: "Have you heard? Your princess is dead".
In un secondo feci questo ragionamento: "quale principessa? L'Italia è una repubblica, non abbiamo principesse e nemmeno regine". Rimasi a bocca aperta e poi mi girai verso il televisore dove in greco passavano le notizie ma decifrai il sottopancia del loro Tg e capii che Lady Diana era morta. La ragazza mi aveva scambiato per un'inglese.
Nonostante la tragica notizia mi salì un sorriso di soddisfazione per la mia "competenza linguistica" ma non volendo stare a spiegare che in realtà ero italiana, feci appello alla mia faccia tosta e imitando Enrico Montesano quando faceva la signora inglese dissi "Oh my God!"
Ecco, questo è quello che ho da dire su Lady D.