venerdì 24 marzo 2017

Il profumo della scrittura


È appena stato presentato il nuovo profumo di Nobile 1942.
Si chiama 1001 e sa di scrittura, una fragranza a base di papiro.La scrittrice Patrizia Finucci Gallo ha ideato un livre de chevet "Che profumo ha la tua scrittura" che accompagnerà 1001, si tratta di una raccolta di interviste e fra gli autori intervistati ci sono anche io.

1001 Nobile 1942

mercoledì 18 gennaio 2017

Tornerete



Ormai lo predicano anche i sassi che mi faccio vanto del mio essere abruzzese anche se, in fin dei conti ho abitato lì per meno anni rispetto ad altri luoghi ma quella è casa mia e sempre lo sarà.
Ora è dura, durissima, neve e gelo ed esondazioni e terremoto insieme. Ci sarebbe da scappare, chiunque si produrrebbe in mille gesti scaramantici piuttosto che pensare di "andare là". Invece io sono convinta che tornerete sulle nostre coste così accoglienti con i bambini e gli anziani, che tornerete a fare passeggiate in montagna, sulle nostre montagne più antiche e misteriose delle belle Alpi.
Tornerete a mangiare i fritti e le olive all'ascolana, a bere il rosso Piceno, il Trebbiano d'Abruzzo. Tornerete perché tornerà il sole, il vento profumato di pini dal mare, il canto dei ruscelli e dei fiumi torneranno. Il boato della terra si trasformerà in grano dorato e fichi succosi. Tornerete perché i vostri cuori, una volta passati da noi non se ne andranno "nemmeno se li sparano".

lunedì 19 dicembre 2016

Conegliano 1000



Comunque questa è la gif arrivata tra quelle dei finalisti dedicata a #Conegliano1000. Grazie ancora a tutti #LagoFilmFest #TCBF


giovedì 8 dicembre 2016

Capodanno bastardo

Signore e signori! Siamo tanti e siamo cattivissimi.
Contro la noia dei buoni sentimenti, leggete e fate leggere Capodanno bastardo.

L'antologia che mancava a cura di Eliselle.
C'è anche un mio racconto, che ve lo dico a fare.

Capodanno bastardo, l'antologia

giovedì 24 novembre 2016

Un posto al sole in libreria

Un posto al sole, Michele e Silvia

Pensatela come volete ma la soap italiana ambientata a Posillipo
"Un posto al sole" è sempre attenta alla contemporaneità, forse è questo il segreto del suo successo. Premetto che ho cominciato a vederla da quando vivo in Veneto, quindi non è di certo una questione di appartenenza. Comunque ora hanno tirato fuori una storiella simpatica. 

Dunque, il giornalista Michele Saviani, di solito impegnato in reportage e trasmissioni radio importanti, si cimenta nella scrittura di un romanzo sentimentale. 
Sua moglie Silvia lo scopre e diventa la sua prima entusiasta lettrice.
Silvia gestisce un bar ma è soprattutto una grande appassionata di cinema e di letteratura per cui cerca di motivare Michele a continuare, non solo, decide di occuparsi dell'invio del manoscritto alle case editrici.
Il giornalista però è riluttante ad usare il suo nome e insieme scelgono uno pseudonimo femminile: Grazia Rossellini.
Nella puntata di ieri arriva alla mail della "Rossellini" il solito rifiuto precompilato di una casa editrice ma Silvia non si dà per vinta e replica con sincera dialettica all'editor.
Staremo a vedere. Per il momento mi pare che il caso "Elena Ferrante" sia stato di grande ispirazione per gli autori di UPAS.

martedì 22 novembre 2016

La carne delle donne

Pensando alle manifestazioni in Turchia delle donne che sono giustamente contro la legge che farebbe evitare il carcere a chi abusa di una minorenne, se disposto a sposarla, mi torna in mente la cara vecchia Italia degli anni '60.
Uomini maturi con mogli bambine sono una questione trasversale che non riguarda solo 
i ceti più poveri e disagiati, anzi, spesso le ragazze sono state date in moglie per siglare accordi commerciali, patrimoniali e dinastici anche in tempi recenti.
La questione è sempre quella: il dominio maschile poggia i suoi piedi ad artiglio sulla carne delle donne.

Una pagina della Domenica del Corriere del 1962

domenica 30 ottobre 2016

Il mondo cala

Avevo cominciato a scrivere una raccolta di racconti che parla della mia terra il Centro Italia.
avrei desiderato farne un piccolo volume e mentre il mondo dell'editoria pensa il mondo cala.
Lo posto qui uno di quei racconti, col cuore in mano.

Il garage nuovo


Vincenzo e Berenice sono sposati da cinquant'anni, insieme hanno superato tutto e si sono costruiti la loro casa, la loro pace.
Lui il braccio e lei la mente, tutta la vita lavoro e risparmio, cento mestieri un solo amore. L'unica cosa che non sono riusciti a fare sono stati i figli “Il Signore avrà voluto così” dice sempre Berenice, in fondo ci sono i nipoti, gli amici, i vicini di casa, il cane, i gatti.
Insieme hanno fabbricato e ricostruito mattone su mattone una casetta a due piani comoda e piena di posti dove riporre e conservare le cose, quelle vecchie e quelle nuove.
Qualche soldo da parte ce l'hanno ancora e lei pensa che si possa fare di più ma Vincenzo è restio a imbarcarsi in una nuova avventura mentre Berenice è convinta al cento per cento: bisogna fare il garage nuovo.

lunedì 3 ottobre 2016

Ferrante, chi era costei?

Per più di duemila anni si è vissuto studiando e declamando l'Iliade e l'Odissea senza che conoscessimo la vera identità di Omero (era uno, erano tanti, boh?). In quanto alla saga di re Artù il fatto che non si sappia chi l'abbia tramandata non ha impedito di crearne il mito, i film e il merchandising.
Shakespeare poi era davvero l'autore di tutte quelle belle storie o aveva un ghost-writer? E Marlowe era veramente un agente segreto undercover?
Veramente il romanzo "Resurrezione" di Tolstoj narra una vicenda autobiografica relativa agli anni giovanili del grande romanziere? Davvero aveva sedotto e abbandonato una poveretta prima di partire militare?
Il canto della schiera di Igor' è attribuito a un tale Bojan, detto anche l'Omero russo e come questo altrettanto misterioso, ciò non ha impedito al mio caro professore Edgardo T. Saronne di farne una traduzione memorabile.
Tutta questa premessa per dirvi che a me, in quanto lettrice, di conoscere la vera identità di Elena Ferrante non interessa proprio. Semmai è un problema suo.
Sì, perché se per pudore o per opportunità la persona che ha scritto ha preferito celarsi dietro a uno pseudonimo la questione riguarda solo lei.
Ci sono tanti motivi per farlo: nei romanzi si parla di fatti molto personali che coinvolgono gente ancora viva, si vanno a toccare corde profonde che ci fanno star male, non si vuole far sapere al proprio vicino di casa o ai parenti di aver aumentato considerevolmente le proprie entrate...
D'altro canto ci sarebbero anche molte ragioni per strombazzare a destra e a manca di essere "proprio io quella lì".
Il caso vuole che io (me medesima) abbia pubblicato un romanzo con la stessa casa editrice, la gloriosa E/O che stimo e apprezzo da più di un ventennio per aver tradotto autori dell'est Europa di cui, una volta letti i nomi, ve ne sareste già dimenticati.
Personalmente quando faccio qualcosa voglio che mi venga riconosciuta e voglio essere riconosciuta. Non vedo l'ora, semmai accadrà, di essere blandita e corteggiata dagli "addetti ai lavori", lo farei per il mio ego e perché lo troverei un giusto risarcimento per i torti ricevuti (torti che forse ognuno di noi può annotare nel suo diario) per tutte quelle volte che qualcuno si è appropriato di una mia idea e della mia fatica, per tutti quelli ai quali ho dovuto immeritatamente cedere il posto.
Non siamo tutti uguali però e c'è chi non ha bisogno del successo per ottenere una rivincita sulla vita. A qualcuno come alla Ferrante basta continuare come sempre avendo dei soldi in più, molti, sul suo conto in banca per fare ciò che più le piace e che forse non è nemmeno scrivere.
Si dice che all'inizio avesse fatto la scelta di mandare i suoi romanzi nel mondo senza che venissero offuscati dal peso dell'autore. Sono perplessa, a quel tempo non era certo Roland Barthes e nemmeno la Rowling.
Tuttavia questa volontà legittima e onesta le si è rivoltata contro e oggi è proprio il mistero sulla sua identità a "impallare" i romanzi della Ferrante.
Prima viene la caccia all'uomo e solo in seconda battuta le opere.
Mi chiedo se non fosse stato meglio per lei adattarsi alla fatica di presenziare a qualche cocktail e stringere mani, far parte di una prestigiosa giuria e sorbirsi file di aspiranti scrittori in cerca di consigli e raccomandazioni per poi diventare una donna scrittrice qualunque.
Invece no, ha preferito diventare "l'enigma Ferrante" e tutto sommato mi sa che ci ha azzeccato.

venerdì 2 settembre 2016

I figli della brava gente - #fertilityday

Immagine tratta da "La domenica della buona gente"

"Eh sì, una volta si facevano più figli, eppure eravamo più poveri". Così riflette il ministro di turno prima di trovare una soluzione a questo calo demografico che porterà al fallimento totale dell'INPS.
Si facevano più figli, è vero. Adesso vi racconto come mai, sono abbastanza vecchia da ricordarlo e abbastanza giovane per fare parte di una generazione di donne che, a differenza di quelle che l'hanno preceduta, ha potuto scegliere se figliare o meno.
Al quartiere, a Montesacro, al palazzo di fianco al mio c'era un ragazzino che si chiamava Tonino (diciamo).
Tonino stava sempre per strada, "come tutti i ragazzini del rione" direte, ma lui ci doveva stare per forza perché la madre lavorava tutto il giorno e quando la mattina usciva lo buttava fuori di casa e buonanotte.
A pranzo la portiera del palazzo gli dava una rosetta con la mortadella e lui stava a posto fino a sera. Era secco come una scopa, Tonino.
Quando le signore parlavano di sua madre dicevano "poveretta, quella è una ragazza madre".
Io, all'epoca non capivo proprio cosa significasse.
La poveretta per campare lavava le scale, faceva i piatti a casa dei signori e altri lavoretti così. Tonino lo guardavano il barista, il lattaio, il gommista, le portiere, la strada insomma.
Oggi un ragazzino abbandonato in strada tutto il giorno sarebbe considerato reato, gli assistenti sociali si presenterebbero  a casa della "poveretta" e glielo toglierebbero per metterlo in una casa famiglia.
D'altronde, a quel tempo, se rimanevi incinta e non avevi fratelli o padri che riempivano di botte il maschio "inseminatore" per convincerlo a sposarti, finivi per essere una poveretta e tuo figlio in mezzo alla strada dalla mattina alla sera.
Quelle che invece il marito ce l'avevano non è che stessero molto meglio, in casa tutto il giorno a badare ai "regazzini", uscivano solo per fare la spesa e un caffè al bar se lo potevano pigliare solo la domenica col marito e la famiglia, se andava bene.
I ragazzini poi negli appartamenti in affitto non stavano tanto comodi e quindi la giornata per strada ce la passavano pure loro, l'unica differenza era che a mezzogiorno invece del pane e mortadella come Tonino si potevano mangiare i maccheroni al pomodoro o al burro e parmigiano (questo era il pasto di una famiglia media italiana a pranzo e cena. Si variava con la frittata e cicoria).
Di notte dormivano a due a due nello stesso letto uno da capo e uno da piedi, a quelli più grandi sistemavano il divano letto o mettevano una brandina nel corridoio.
Sto parlando degli anni '70, non del 1915 e questa era la vita normale della brava gente che, comunque, un lavoro ce l'aveva. Famiglie rigorosamente monoreddito.
Oggi forse i ragazzini che vedete in mezzo alla strada non si chiamano più Tonino, Mario o Cesare, forse si chiamano Hassan, Dimitrij, Tibor.
Sì perché gli italiani i figli non li vogliono tenere per strada, li vogliono mandare a nuoto, a tennis, a pianoforte. È così, quando la società si evolve si vuole qualcosa di più per i propri figli e se non si può, piuttosto che tenerli per strada è meglio non fare altri "Tonino".

lunedì 22 agosto 2016

La rivolta dei grembiuli neri

Io a dodici anni, 1982
Erano i primi anni '80 quando da Roma la mia famiglia si trasferì in un paese tra le Marche e l'Abruzzo, Sant'Egidio alla Vibrata, allora pieno di fabbrichette e di presunzione.
Avevo già frequentato un anno di scuole medie a Roma in un istituto privato, dalle suore per essere chiari. Lì si usava la divisa: camicia bianca, gonna blu, cardigan blu in inverno, scarpe blu. All'inizio ero stata un po' perplessa ma poi il gusto della divisa che crea anche un senso di appartenenza mi fece accettare quell'abbigliamento che, tutto sommato, era anche elegante.
Arrivata al paese, dopo un'estate piena di entusiasmo ma anche di malinconia per aver lasciato la mia città, mi apprestavo a frequentare il secondo anno di scuola media. A mia madre dissero che lì si usava il grembiule nero per le medie invece di quello azzurro delle elementari. Alle divise ci ero abituata e “vabbè” dissi “mettiamoci 'sto grembiule”.
Il primo giorno di scuola notai subito che non tutti indossavano il grembiule, o meglio, i maschi non indossavano il grembiule. Tutte le femmine avevano il grembiule nero e qualche “ribelle” si limitava a portarlo un po' sbottonato.
Entrata in classe, dopo una crisi di pianto che non avevo avuto nemmeno all'asilo, quando arrivò la professoressa di italiano alzai la mano e feci la mia prima domanda: “Perché noi femmine dobbiamo portare il grembiule e i maschi no?” Ci fu un silenzio pieno di imbarazzo da parte di tutti, allievi e insegnante. La professoressa non sapeva cosa rispondere e disse solo: “Qui è così”.
Non mi accontentai e iniziai un'educata ma argomentata polemica che mi costò un colloquio dal preside accompagnata da mia madre la quale non era a conoscenza di questa “discriminazione”.
La prima cosa che il preside mi disse fu: “Il grembiule è comodo. Così non vi sporcate i vestiti”.
Risposi: “Bene, dunque anche per i maschi sarebbe comodo considerato che stanno anche meno attenti di noi a non sporcarsi”.
Il preside capitolò: “Il fatto è che le femmine sono più fanatiche e possono esserci invidie per come ci si veste. Chi ha più soldi si veste meglio e chi meno non si può permettere le stesse cose”.
Io: “Questo vale anche per i maschi, quindi o tutti si mettono il grembiule o io non me lo metto più”.
Il preside: “E chi li convince i maschi a mettersi il grembiule?”
Io: “Se il problema è questo sappia che non convincerà neanche me”.
Il giorno seguente andai a scuola “in borghese” e in pochi giorni anche tutte le altre ragazze iniziarono a presentarsi senza grembiule. Rimasero solo due “convinte” a indossarlo regolamentare e tutto abbottonato fino alla fine della terza media. Fu una loro scelta, o dei loro genitori, comunque nessuno si sognò, io per prima, di prenderle in giro per questo.
Avevo dodici anni e il coraggio pacato di chi credeva nel “o tutti o nessuno”.